Pèr ié coumprene quaucarèn
Da mesi la vostra rivista, Li nouvello de Prouvenço, si batte per il rispetto e i riconoscimento ufficiale della Lingua Provenzale. Perché tale definizione invece di "lingua d'oc"? Perché quest'ultima è considerata come sinonimo di "occitano", nessuno lo nasconde fra le fila del movimento occitanista. Ma perché rifiutare decisamente la parola "occitano"?
Perché si sostiene che una lingua deve essere chiamata col nome che le è stato dato dal popolo che la parla, e non con un nome inventato da gente straniera a modo loro, come i francesi che conquistarono Tolosa, e ripreso poi da chi sostiene un' ideologia politica.
Quindi, per capire meglio la situazione, abbiamo cercato, attraverso la storia, come, coloro che parlavano tali lingue come lingua madre, o per lo meno i più sapienti fra essi, hanno chiamato le nostre parlate meridionali.
Cominciamo con il "romans"
Sappiamo che nell'antichità, i Latini chiamavano la loro lingua "Sermo romanus".
Nei secoli VIII e IX, le parlate dei popoli dell'antico impero romano d'occidente, in tutte le sue forme e varianti derivate dal latino, che cominciavano a separarsi in grandi famiglie linguistiche, venivano chiamati " Lingua romana rustica", così come dal Concilio di Tours dell'813.
Esse erano differenti dal Latino, riportato in auge dai Carolingi e utilizzato dalla Chiesa. Quella forma di latino medievale, definiva "romancius", in seguito "roman", queste parlate popolari, termine che resta nell'uso comune fino all'inizio del XVI secolo e sarà più tardi recuperato dagli studiosi dell'epoca moderna.
Nel Midi di Francia, il primo trovatore, Guihen de Peitieu ( XII secolo) chiamava la sua parlata "romans".
Poi venne il Provenzale
Coloro che lo seguirono chiamarono la loro lingua "provenzale" (parlavano in "vulgari provincialis lingue "ossia "en vulgar proenzal") vale a dire la lingua della "Provincia Romana", o Mezzogiorno della Gallia. Anche Dante Alighieri e Petrarca la chiamavano così.
La storia relegò poi la Provincia, o Provenza, alle sole terre a levante del Rodano (Sacro Romano Impero germanico) e a partire dal XVI secolo la parola "provenzale" ha designato solo le parlate e la gente di questo territorio.
Si noti che nel Medioevo, i Catalani soprattutto, definivano "Lemozi" (lingua limosina) le parlate romanze del Mezzogiorno di Francia.
Infine la "lingua d'oc"
E' alla fine del XIII secolo che si prese coscienza di una relazione di parentela fra le varie parlate e l'ingegno e il sapere meridionali si riconobbero nell'appellativo "lingua d'oc".
Dante ne parla nel 1283 nella Vita Nova (lingua d'occo e lingua de si), così come un cronista Bernat Desclots, e come un trovatore di Bezier, Bernat d'Auriac, che riconosce "lengo de oil e nenil e lengo d'oc e nou".
Tra il 1289 e il 1295, alcun documenti scritti rinvenuti a Montpellier definiscono la lingua locale "lingua provincialis, lingua d'oc, lingua de hoc". Nel 1305 Dante parla di "lingua d'oc, oil e si".
Non bisogna comunque credere che nel Medioevo, queste lingue fossero lingue unificate. Dopo parecchi secoli, c'erano differenze a seconda del luogo, di varianti e dialetti e tutto ciò era risaputo dai letterati. Dante sapeva benissimo che il toscano non era la sola lingua del si, e sapeva che all'interno della "lingua d'occo" c'erano più di una lingua d'oc. La particella "oc" può essere considerata come un distintivo di appartenenza a una famiglia linguistica e riconoscimento in essa, una sorta di legame di civilizzazione comune fra i popoli del Meridione di Francia, nel periodo feudale che ignorava ancora i concetti di nazione e di patria.
Una famiglia di lingue
Le lingue d'oc non sono mai state unificate in un unico idioma e quindi perché parlare di "lingua d'oc"? Perché è proprio di una famiglia di lingue che si sta parlando. Durante il secolo XII il Guascone era già considerato una lingua a parte.
E' palese nel poema "Eras quan vey verdeyar" del trovatore Raimbaud de Vaqueiras ( 1155- 1207).
Egli, infatti, scriveva i suoi versi in cinque lingue differenti: la sua parlata ,quella di Genova, una parlata d'oil, il Guascone e il gaelico-portoghese.
Tale separazione si ritrova nel 1323 nelle "Leys d'amor", di Jo Flourau de Toulouso, che definisce chiaramente il Guascone come una lingua straniera, "lengage estranh", dal latino "extraneus" cioè "di una zona esterna a quella della nostra lingua" e che quindi non ha alcun diritto di essere considerato, precisando che "pero de nostras Leys s'aluenha la parladura de Guascona", ossia "perché la lingua della Guascogna è estranea alle Leys d'amor".
Per di più le Leys dicono cosa si intende per "roman" (a volte dicono "lingua d'oc) o per le parlate che dicono "oc" o "o". Esse si parlano nelle seguenti regioni: Perigord, Carsi ,Velai, Auvergno, Lemousin, Rouërgue, Loudevo, Givaudan, Agenes, Albiges, Toulouso ,Carcasses, Narbouno, Bezles, Mout-Pelle, Agde.
Si noti che le lingue provenzali delle due rive del Rodano non sono citate nell'elenco e nemmeno tenute in considerazione dall'autore. Non è che non siano delle lingue che dicono "o", ma ci sono delle ragioni politiche e storiche; in particolare, nel XIV secolo, le terre a oriente del Rodano non erano sotto il dominio francese.
Questo dimostra che se fra i popoli del Mezzogiorno ci fu, in quel periodo, e sarà poi confermato nei secoli successivi, con l'organizzazione politica e amministrativa del Regno di Francia, della Rivoluzione, dell'Impero e della Repubblica, la coscienza di appartenere a una medesima famiglia culturale e linguistica, non ci fu mai la coscienza di parlare una lingua unica, né di appartenere ad un'unica nazione della lingua d'oc, né di una situazione comune. Ognuno si faceva la propria vita.
E l'unicità è quella che vogliono farci credere adesso coloro che per forza ci vorrebbero sostenitori di una grande "occitania della lingua unica", per farci annegare dentro di essa.
I piani degli occitanisti sono la prova lampante del loro voler andare così contro la realtà delle cose, la quale invece vorrebbe l'unione attraverso il rispetto per le diversità.
E l'occitano da dove arriva?
Basta! Fino alla fine del Medioevo, sono le parole "roman" e "proenzal" che vennero usate maggiormente dalla gente del meridione di Francia per designare la famiglia di lingue che parlavano, e ogni tanto veniva impiegato il termine "lingua d'oc". Quest'ultimo diventerà di moda a partire dal XVIII secolo sotto l'influenza degli studiosi Illuministi.
Avrete notato che in tutta questa lunga storia che abbiamo narrato, non si è ancora parlato di "occitano".Perché quella parola non appartiene alla lingua, sia essa "roman", sia provenzale o d'oc, ma è stata inventata dai Francesi e mai, prima del 1921, un uomo del Midi di Francia, la usò per indicare la sua parlata.
Il primo a farlo fu un letterato chiamato Jousè Anglade. La parola fu poi ripresa, si sa , da un ideologia e accettata da molta gente per ignoranza e semplicità.
Allora questa parola da dove viene? Da un'espressione creata alla fine del secolo XIII. In quel periodo, il Re di Francia si trovò ad essere signore delle terre del Conte di Tolosa, dove non si parlava il Francese. Siccome gli scribi dell'epoca avevano l'obbligo di scrivere in latino, bisognava ricorrere a questa lingua per dare un nome a quei paesi di lingua d'oc. Uno di questi scribi basandosi sulla parola latina esistente "aquitania", inventò, nel 1298, l'espressione" patria linguae occitanae" per designare quelle terre, che comprendevano l'attuale regione Linguadoca.
Un testo di Lione del 1331 riporta l'espressione "Lingua hoquotina", la cui pronuncia doveva sicuramente essere "oquitana".
Queste espressioni Francesi usate per indicare le nostre lingue furono abbandonate nel XVI secolo, in seguito all'editto di Villers- Cotterêts, che bandì l'uso del latino dagli atti ufficiali, e l'espressione "lingua occitana" scomparve, restando così a conoscenza solo di esperti conoscitori del Medioevo e dei latinisti.
Nei loro scritti si trova l'espressione "lingua occitanica" nel 1641, "occitania" nel 1650, indicante però la bassa Linguadoca, "occitanicus", "occitanus" da parte del Du Cange nel 1678.
Si va verso l'inganno occitano.
Con la lettura deformata che il romanticismo fece della storia del Midi di Francia, (Michelet, Napoleon Peyrat), i trovatori e il catarismo diventano alla moda nella Parigi di inizio XIX secolo.
Si trovano, allora, in francese, i termini "occitanique, oscitanique" usati da Fabre d'Olivet nel 1802; "occitanien", "occitanie" usato da Amiral de Rochegude nel 1819; e "L'occitanienne" di Chateaubriand.
Ma tutto ciò non interessava i veri studiosi di lingue romanze e tali termini non si diffonderanno fino allo scoppiare dell'opposizione ai felibriges e al provenzale alla fine del XIX secolo (creazione della Lega occitana) e anche al francese, come Perbosc che nel 1898 evocava la "patrio oucitano".
Montauban sarà con il suo amico Estieu, il primo ispiratore dell'idea occitanista , riprendendo la falsa ipotesi dell'esistenza di una lingua madre unica durante il Medioevo, che lui voleva ricreare: scriveva " Cal fargar la lenga occitana de nostre temps" (Bisogna forgiare la lingua occitana del nostro tempo). Egli fu il primo a impiegare il termine "occitano"come aggettivo per indicare la gente del Mezzogiorno di Francia.
Il primo a impiegare tale termine per designare la lingua fu il Majourau Jousè Anglade nel 1921, nella "Grammaire de l'ancien provençau".
Altri lo riprenderanno, poi, come Aliberrt, il maggior teorico della nuova linguainventata, che l'utilizzerà come aggettivo, fino a dargli, dagli anni cinquanta in avanti, il significato che oggi conosciamo riportando al suo interno le personalità, le culture e le parlate della totalità dei paesi d'oc.
Bernat Descahmps
Le informazioni che sono servite per scrivere l'articolo di cui sopra sono state tratte da "Histoire de la langue occitane" di Enri Barthes, uno studio notevole che vi raccomandiamo vivamente.