La cosiddetta "musica occitana" ovvero il "folk-revival" ideologizzato
La lenta e continua affermazione del "folk-revival" (3) in Europa, sia durante gli anni 1970 che dagli anni 1990 in poi, influenza i "movimenti occitani". Infatti le organizzazioni politiche "occitane" (logorate da un insuccesso continuo), lasciano cadere in gran parte il la lotta politica frontale ed il corporativismo e tendono a diffondere il proprio credo ideologico mascherato da associazionismo oppure utilizzando il fenomeno originato negli anni dal "folk-revival": elemento di facile approccio e di apparente, innocuo disincanto verso il pubblico generico. Alcuni esponenti provano la via del cantautorato, e si fondano espressamente case discografiche (zona di Tolosa)"occitane", che non hanno fortuna. Sono invece gruppi di musica da ballo, che, inserendosi, prima nel fenomeno "folk" e poi nella vague dell'arcipelago "trad" e pure "world" (formula più generica), hanno più chances.
Questi gruppi incuriosiscono il pubblico per la strumentazione e il repertorio un po' inusuale ed "esotico" proponendo momenti di svago e occasioni di divertimento. In più adoperano al repertorio più godibile del "bal-folk" degli anni 1970, in cui vengono eseguite melodie accattivanti unite a movimenti di danza: ciò comporta una notevole attrazione del pubblico generico, poiché la formula "bel motivetto + movimento" è da sempre felice somma di successo nel mondo delle navigate "major", le case discografiche che durante l'estate propongono i tormentoni (il "Ballo del qua qua" o la "Lambada" ne sono esempio mondiale). Gli "occitani" coniano così la "musica occitana".
In Francia, originariamente, questa dizione viene usata da formazioni gravitanti su Tolosa (4).
In Italia, si assiste il fenomeno ha un percorso travagliato: per i sostenitori della "occitania", la riscossa della cultura "occitana" passa attraverso l'individuazione (con quali criteri?) e conseguente rivendicazione del "patrimonio culturale" che da l'imprinting ed è segno unico ed inconfondibile della "grande occitania". Il concetto, dal lato culturale e dunque anche musicale, non regge poichè (secondo gli ideologi) il territorio contemplato dalla "nazione occitana", va dalle Alpi ai Pirenei. Su tale estensione (pari alle regioni comprese tra le Alpi e la Calabria: un universo culturale dove si trovano decine di differenti culture, lingue, civiltà...) non si è sviluppata una civiltà omogenea, bensì sono storicamente impiantate culture regionali assai differenti tra di loro per storia, modi di vivere e quindi differenti tradizioni e repertori musicali.
La "musica occitana", viene dunque proposta come un "pan-genere" globalizzante, che abbraccia indifferentemente e senza andare troppo per il sottile, repertori di ogni landa del Sud Francia, un po' di Spagna e alcune zone del Piemonte. A questo va aggiunto che i repertori spaziano dall'età medievale (trovatori) sino al rock and roll.
Questa concezione porta i gruppi "occitani" ad eseguire un repertorio "put-purry", che non si basa affatto su ricerche sul campo e appropriati studi etnomusicologici. In Italia (Piemonte) i gruppi "occitani", nella quasi totalità "da ballo", tralasciano l'originale repertorio popolare di danza (escluso qualche melodia di gradevole e facile esecuzione come le "courente") e del tutto il repertorio corale, vero corpus della memoria musicale collettiva delle valli alpine, da essi definite "zone occitane".
Questo dato, assai viziato, viene subito "all'orecchio" anche di un profano poco smaliziato, e risulta di facile spiegazione. Infatti l'ideologia "occitana" non può ammettere che:
- l'intero repertorio tradizionale cantato dalla popolazione locale delle valli alpine piemontesi sia parte integrante della tradizione dell'area padana, che sviluppa da sempre una polivocalità tipica e di grande tradizione (5). Fatto non secondario, poi, è che, (sorte del destino !) questo repertorio è cantato in lingua piemontese, italiana e francese (valli valdesi), le lingue che gli "occitani" definiscono "colonizzatrici"
- il repertorio tradizionale strumentale delle valli sud occidentali del Piemonte, sia composto da un corpus di danze e tradizioni rientranti, anch'essi, nei caratteri stilistici popolari peculiari al territorio dell'Italia settentrionale(5). Inoltre sovente questo patrimonio di danze è ricco di coreografie che si basano su schemi complessi, di non facile apprendimento e diffusione. Esse, infatti, richiedono passi obbligati che non danno modo a evoluzioni singole e tanto meno a movimenti interpretativi ed improvvisati, oggi dettati, per esempio, dalla "dance" e la danza contemporanea. Dunque poco adatti alle masse.
Note
(3) Le revivalisme - ou revival - c'est la récupération des danses traditionnelles par d'autres catégories sociales que celles qui les ont élaborées. Ce nouveau public de la danse traditionnelle - bourgeois, citadins, mais aussi agriculteurs de la société industrielle - a comme caractéristique essentielle de rassembler des gens qui ont le choix entre faire de la danse traditionnelle ou danser autre chose. La danse traditionnelle nest pour eux qu'une discipline de loisir qu'ils ont choisie parmi d'autres qu'ils auraient pu choisir à la place (jazz, rock, danses de salon, claquettes, ballet classique ou moderne, flamenco etc.). Yves Guilcher, "La danse traditionelle en France", Famdt éditions 2001.
(4) Appelé au départ "velhada", puis "festejada", bal "occitan", "bal gascon", puis "bal folk" le bal n'est d'abort qu'une animation mise en place à l'issue de leur spectacle par les Ballets occitans, à partir de 1966... La création du Conservatoire occitan (Toulouse) en 1971 donne au mouvement une impulsion nouvelle.
Yves Guilcher, "La danse traditionelle en France", Famdt éditions 2001.
(5) Il tipo di esecuzione nella struttura polivocale oggi dominante nelle regioni settentrionali italiane, si organizza per intervalli di terza, lungo la linea proposta dalla voce principale "il primo", che intona a solo ogni inizio di strofa. Il repertorio polivocale comprende sia ballate che canti lirici che canti funzionali. Casi di utilizzo di intervalli di quarta e di quinta, testimoni di forse un livello più antico. Roberto Leydi, "I canti popolari italiani" Oscar Mondadori, Milano, 1995.