"LA GRAFIA DELLA LINGUA PIEMONTESE NELLA STORIA" CONVEGNO INTERNAZIONALE

 
Primavera 2011 – Vercelli
A cura dell’Associazione «VercelliViva»
con la collaborazione del Centro Studi Piemontesi
 
 
 
Disambiguazione
 
Questo convegno non verte sulla cosiddetta “grafia storica”, ma sulla grafia della lingua piemontese nel corso dei secoli, così come essa è effettivamente stata, desumendola da codici e da documenti.
 
Ogni intervento si basa su documentazione scritta.
 
Il convegno non consacra e non scomunica nessuna grafia: semplicemente studia e documenta la grafia così come essa ci è stata lasciata.
 
 
Presessa
 
La lingua piemontese possiede la più pristina attestazione di tutta la Romània, e cioè i 22 Sermoni subalpini. Benché il manoscritto che ci ha tramandato i Sermoni Subalpini (codice: Biblioteca Nazionale, Torino, D. VI. 10. 128r-188v) risalga alla metà del dodicesimo secolo, più fonti autorevoli ritengono che il testo dei Sermoni dati dell’undicesimo secolo.
 
Da questo testo fondamentale fino alla grammatica di Maurizio Pipino (uscita dai torchi delle stamperie reali nel 1783) e al dizionario dello stesso autore (sempre 1783), in quattro lingue (piemontese, francese, latino, italiano), la lingua piemontese è attestata in numerosi documenti, parte dei quali già nota prima della ventennale serie dei Convegni internazionali di studi sulla lingua e sulla letteratura piemontese, diretti dal compianto Gianrenzo P. Clivio, parte invece pubblicata – in ineccepibili edizioni filologiche – sia negli atti di detti convegni, sia in pubblicazioni a parte.
 
È possibile dunque seguire nei dettagli l’evoluzione della grafia tanto per la koiné della capitale e della corte, quanto per quella delle varie realtà linguistiche dell’area piemontofona.
 
Coeve, o immediatamente successive alla grammatica e al dizionario del Pipino, sono le magistrali opere letterarie di Ignazio Isler e di Edoardo Ignazio Calvo, che ribadiscono la compitazione e gli exempla del Pipino. Tanto a Torino, quanto nelle valli occidentali (Pellice, Germanasca, ecc.) fortissimo è l’influsso del francese tra fine Settecento e inizio Ottocento, epoca durante la quale il Piemonte è inglobato nel territorio nazionale francese. Alcune pubblicazioni di carattere religioso (soprattutto delle chiese riformate) riflettono l’influsso del francese sulla grafia del piemontese, in particolare la traduzione dei Vangeli ad opera della Chiesa Valdese.
 
Nel corso dell’Ottocento, con Angelo Brofferio e Norberto Rosa, si hanno lievi modifiche grafiche, che si accentuano a fine secolo con Alberto Viriglio e altri autori in versi, in prosa e di testi teatrali, in parte per la pressione esercitata dall’italiano, assurto nel frattempo al rango di lingua nazionale.
 
Nel Novecento il caso limite è quello del grande poeta Nino Costa, vera vox populi, che riscrive la propria opera, redatta in un primo tempo in una grafia tardo-ottocentesca, conformandola alle neorestaurate norme grafiche.
 
L’opera ripristinatrice de Ij Brandé e, in particolare, della coppia Pacòt-Viglongo (rispettivamente il più grande lirico/teorico e il più importante editore di testi in lingua piemontese) non rivoluziona la grafia, ma ribadisce i principi già in auge ai tempi di Pipino, razionalizzandone i casi ancora dubbi. È, in sostanza, la consacrazione definitiva della grafia sei e settecentesca. La prassi editoriale nel Novecento da parte di editori come Viglongo, il Centro Studi Piemontesi, Piemonte in Bancarella, Il Punto, Gioventura Piemontèisa, Piazza, Dell’Orso, Priuli-Verlucca, ecc., come pure la copiosissima produzione letteraria, lessicografica e giornalistica, risultano essere di stretta osservanza della grafia Pacòt-Viglongo.
 
Tuttavia anche quest’ultima sistemazione grafica di Pinin Pacòt e di Andrea Viglongo lascia adito ad alcuni dubbi, in buona parte risolti poi nella prassi della fiorentissima produzione letteraria, giornalistica e critica degli anni del dopoguerra.
 
 
La lingua piemontese ed i suoi dialetti
 
Esiste una lingua piemontese, così come identificabile ed esemplificabile tramite la copiosissima produzione letteraria e giornalistica, e come oralmente avallabile dalla prassi dei Rëscontr antërnassionaj ëd lenga e ’d literatura piemontèisa, nel corso dei quali il piemontese è stato utilizzato come lingua organizzativa, espositiva e scientifica.
 
La lingua piemontese fu inoltre utilizzata da Corte, Conti e Contado per diversi secoli come unica lingua per tutte le esigenze espressive, dal commercio alla guerra, dall’ingegneria all’agricoltura, dal teatro alla liturgia. Come lingua nazionale e popolare il piemontese ha almeno quattro volte gli anni della lingua italiana.
 
È solo il caso qui di menzionare la lodevolissima iniziativa di alcuni ingegnosi e competenti piemontesisti che hanno costruito il sito Wikipedia an piemontèis, con l’uso del piemontese come lingua di comunicazione e di informazione e il caso della splendida rivista É, che ha esemplificato con rara perizia linguistica l’uso del piemontese per la saggistica sui più svariati argomenti. Riferimento è pure fatto alla rivista La Slòira, che continua con identico fervore e competenza la gloriosa tradizione di Musicalbrandé e la più che quarantennale rivista Piemontèis Ancheuj, tutti esempi di utilizzo di una koiné elegante, lessicalmente ricca, scientificamente precisa e semanticamente adibile a tutta l’area piemontofona.
 
Ci si può dunque riferire a questa lingua ricca, duttile, popolare e letteraria come alla “lingua piemontese”, e al comprensorio in cui essa è utilizzata come all’ “area piemontofona”. I locutori periferici riconoscono e capiscono la lingua della capitale, i locutori della koiné comprendono e sono compresi dai locutori del contado e della provincia. Gli edotti la utilizzano come lingua scientifica, giornalistica e letteraria, i 2.700.000 locutori come colorita serie di varianti locali, ma ben contenute entro isoglosse di univoca interpretazione.
 
Per alcuni decenni – forse per l’urgenza di ripristinare il piemontese al rango di lingua letteraria credibile e dignitosa – si ritenne che l’unica possibilità di lingua creativa e letteraria potesse essere costituita dalla variante torinese. Ai primi convegni di lingua e letteratura piemontese, all’inizio degli anni Ottanta, ci si accordò in modo che, nel parlare, ciascuno eloquiva secondo il proprio accento e la propria variante, nello scrivere ci si conformava alla koiné.
 
Oggi ci si è aperti alla ricchezza lessicale, idiomatica e anche morfologica delle varianti locali, i cosiddetti “dialetti” della lingua piemontese, e codeste varianti vengono considerate non come deformazioni/deviazioni linguistiche da evitare (sarebbe storicamente e filologicamente del tutto inesatto), ma come preziosi elementi con cui arricchire la comune lingua piemontese. La lezione di profondi conoscitori della lingua piemontese, come il poeta Luigi Olivero e la poetessa Bianca Dorato – raffinati fruitori delle varianti locali – ha prodotto i suoi frutti e due principi ne sono emersi:
 
a)      è indispensabile consentire a ciascuna comunità di conservare la propria variante di piemontese, incoraggiandola a redigere dizionari e glossari, e di elaborare i grafemi atti a rappresentare i fonemi unici di quella parlata;
 
b)      è lecito appropriarsi di parole, forme morfosintattiche, desinenze verbali, tipiche di una contrada per arricchire la lingua letteraria.
 
Questo convegno sulla grafia avalla questi idiofonemi ed idiografemi e prende atto dei segni grafici tipici di ogni variante. Le varianti fonetiche, lessicali, morfologiche delle parlate periferiche sono parti integranti ed inscindibili della lingua piemontese e come tali esse verranno studiate e annotate.
 
 
Il principio descrittivo
 
Il convegno si fonda su un principio descrittivo, non normativo: prende nota delle segnalazioni e dei documenti addotti per esemplificare la grafia nei secoli. Il documento finale – gli atti del convegno – non prescriverà, ma descriverà la grafia della lingua piemontese così come essa è stata e come essa è.
 
 
La sistemazione filologica e storica di altre grafie
 
Assai più arduo sistemare filologicamente o storicamente le varie grafie italianizzate manifestatesi negli ultimi decenni ad opera di vari operatori, in varie sedi, al fine di rendere più agevole la compitazione e la lettura della lingua piemontese.
 
Più arduo perché gli sviluppi fonetici del piemontese nel corso dei secoli e i corrispondenti grafemi vengono disattesi con l’impiego di grafemi italiani o, addirittura, teutonici (o, comunque, in uso presso le grafie di varie lingue germaniche). I nessi grafico-fonetici con le consorelle lingue provenzale, franco-provenzale e francese vengono obliterati. Inoltre l’adozione di grafemi italiani estranea i discenti dall’abbondantissima produzione letteraria redatta in grafia storica.
 
L’invito a partecipare al convegno sarà ciò nonostante esteso ai rappresentanti di tutte le grafie, incluse quelle italianizzate, e pertanto potranno prendere la parola non solo i singoli rappresentanti delle altre grafie, ma anche un loro portaparola che – fianco a fianco ai vari specialisti della grafia europea e piemontese – esplicherà le ragioni della riforma e le facilitazioni che, a proprio giudizio, ne derivano.
 
 
Auspicio e finalità del convegno
 
È chiaro che le grafie sono il risultato di prassi e consuetudini consolidatesi nel corso dei secoli. Se, da un lato, i grafemi sono ben lungi dal rappresentare con scientifica precisione i fonemi cui essi rinviano, è pur vero – dall’altro – che i segni della grafia storica contengono la storia dell’evoluzione della lingua.
 
Non nascondiamo pertanto la nostra totale fede nella Storia quale garante delle lingue ancestrali, dei loro preziosi contenuti di civiltà e di tradizioni e delle stratificazioni semantiche, fonetiche e grafiche che sole possono chiamarsi “depositarie del patrimonio ancestrale”.
 
Riteniamo ciò nonpertanto che un dialogo aperto possa giovare a tutti coloro che cercano risposte, tanto nei documenti quanto nella storia, ai dilemmi sulla grafia della lingua piemontese, in questo non immersa in un’isolata problematica, ma consorella di tante altre lingue neolatine e indoeuropee.
 
 
Libertà d’intervento e di parola
 
Il convegno, dopo aver dato la parola ai conferenzieri, si aprirà alle domande e alle osservazioni delle varie associazioni culturali e di tutti coloro che, per svariate ragioni, fanno uso della lingua piemontese e accampano aspettative su ogni aspetto fonetico, grafico, morfologico, lessicale della stessa.
 
Il convegno è finalizzato alla pubblicazione di un volume in cui l’uso grafico invalso attraverso i secoli e le varie proposte via via avanzate vengono esplicitati e resi disponibili al pubblico, con dovizia di documenti e di perizie storico-scientifiche.
 
 
Non licet
 
In nessun caso sarà consentito l’uso del podio per recriminazioni nei confronti di chi fa uso di una grafia diversa dalla propria.
 
Gli interventi devono essere esclusivamente di natura espositiva e scientifica e tanto i relatori, quanto i rappresentanti delle associazioni, devono attenersi a dichiarazioni che – facendo riferimento a prassi e a documenti – portino luce sull’uso della grafia della lingua piemontese nei secoli passati e al momento attuale.
 
 
I relatori e le epoche storiche
 
1)      Sergio Maria Gilardino: La grafia delle lingue neolatine ed indoeuropee; collocazione della grafia piemontese dalla prospettiva della Vergleichende Sprachwissenschaft (italiano-francese-piemontese)
2)      Jean-Jacques Mouttet (Université de Montpellier), L’écriture de la langue provençale à travers les siècles (francese-provenzale)
3)      Relatore da stabilirsi: La grafia della lingua piemontese dai Sermoni Subalpini all’opera teatrale di Giambattista Tana)
4)      Candida Rabbia: La grafia della lingua piemontese nel Settecento e primo Ottocento (piemontese)
5)      Dario Pasero: La grafia di Padre Ignazio Isler e di altri capolavori del Sette e Ottocento (piemontese)
6)      Francesco Rubat-Borel: La grafia della lingua piemontese nel Risorgimento (piemontese)
7)      Giusep Gorìa: La grammatica di Alì Belfadel e la lingua de «’L Birichin» (piemontese)
8)      Relatore da stabilirsi: La grafia della lingua piemontese nella riforma Pacòt-Viglongo e nella prassi de Ij Brandé
9)      Relatore da stabilirsi: La grafia del piemontese nella Provincia: idiofonemi ed idiografemi
10) Gianfranco Gribaudo: La grafia dei principali dizionari della lingua piemontese (piemontese)
11) Relatore da stabilirsi: Le altre grafie
12) Davide Damilano: L’insegnamento della lingua piemontese ai bimbi e agli adulti. Difficoltà e prassi della grafia storica (piemontese)
13) Nullo Minissi, Rettore, europeista e mediorientalista, Istituto Orientale di Napoli: Sunto di chiusura (italiano)
 
 
Lingue di lavoro
 
Francese, italiano, piemontese
 
 
Saggi dei relatori
 
Indipendentemente dal fatto che i relatori seguano o meno il testo dei loro saggi nelle relazioni orali, ciascun relatore deve sottoporre il proprio saggio al direttore scientifico due settimane prima dell’inizio del convegno.
 
I saggi vanno corredati con appendici che riproducono i testi cui si fa riferimento e bibliografie ragionate e redatte secondo la migliore prassi accademica europea.
 
I documenti vanno sottoposti via internet, in elaborazione testuale Word. Il direttore scientifico fornità a ciascun convegnista le linee-guida per l’impaginazione, la polizza e il corpo del testo, le note a pie’ di pagina e la bibliografia.
 
Se il saggio è in lingua piemontese esso va accompagnato da una traduzione in lingua italiana o in lingua francese.
 
Ogni saggio deve essere preceduto da un sunto di alcune righe in inglese e in italiano o francese.
 
 
Coordinamento logistico
 
Avvocato Toni Ruffino, Presidente, VercelliViva
 
 
Coordinamento scientifico
 
Sergio Maria Gilardino, Direttore,
Centro Filologico e Lessicografico di Coumboscuro