Perché un sito contro l’occitania?
... locande occitane, percorsi occitani, tomini e danze occitane, musica e tradizioni occitane, lingua occitana in questi ultimi anni un alluvione di “occitanità” ci ha travolto in un continuo crescendo fino a trascinarci nel vortice dell’assurda, perversa e immaginaria gestazione di una presunta nazione occitana, l’occitania granda, senza alcun fondamento reale né storico.
L’azione costante degli occitanisti volta alla fondazione di questa nazione li ha portati a rileggere la storia e le culture delle nostre vallate reinterpretandole a modo proprio, al fine di giustificare una struttura ideologica che nulla ha a che vedere con la nostra storia e il nostro territorio proponendo uno stato, un popolo e lingua.
Ma cosa sta succedendo? Cosa c’è dietro la bandiera occitana? Cosa si nasconde dietro la chimera della salvaguardia della se dicente “minoranza storica” occitana? Cosa si muove dietro le quinte delle feste e delle danze occitane? Cosa significa “occitano”? …
A queste e a altre domande in merito cercheremo di dare una risposta, offrendovi un interessante viaggio in un immenso paese che non esiste. In questo sito prende corpo l’estremo E e determinato tentativo da parte nostra, persone provenienti dalle vallate, di salvare e valorizzare il nostro vero e reale patrimonio linguistico e culturale delle valli del cuneese e del torinese strappandolo all’impoverimento imposto dalla banalità dell’ideologia occitanista.
In questa sezione del sito confuteremo le tesi occitaniste svelando i retroscena di questo grand pastrocchio culturale ideologico, questo grande e perverso inganno che si è trasformato in un vero e proprio tentativo di genocidio culturale e linguistico.
Nelle altre sezioni apriremo una finestra su quello che è realmente il territorio, sugli elementi reali che lo caratterizzano e su quella che è la realtà culturale del Midi della Francia questa vasta zona geografica divisa in più regioni aventi ciascuna una storia, una tradizione e una lingua propria e ben definita, …
Questo è il primo sito de-occitanizzato del mondo.
Benvenuti nel primo presidio anti-occitano del pianeta terra....
Negli anni del dopoguerra si giunge all'astrattismo fuori dai tempi. Soprattutto fuori d'una visione europea dei popoli. Siamo ai margini d'un neo-razzismo, per quanto oggi mascherato di indispensabile compromesso.
In questo quadro socio - culturale, ma in anni tardivi (metà 1900), venne affiorando la diversa denominazionòoccitanica" o, peggio, "lingua occitana normalizzata", idioma mai esistito, poichè il territorio del Sud Francia, indicato come detentore di talòlingua", non ha mai avuto una unità geografica e socio-linguistica, se non con riferimento alle varie lingue regionali (provenzale, linguadociano, Guascone... ) di ceppo neolatino.
Prima il nuovo termine rappresentò una voce sporadica, poi emerse più frequentemente. Ma contemporaneamente emersero anche le motivazioni del suo impiego da parte dei gruppi circoscritti. Si tratta di motivazioni che esulano decisamente dall'ambito storico-culturale, si rifanno a tardive rivendicazioni nazionalistiche, estranee alla cultura ed alla realtà storica ed individuano un ipotetico "Grande Occitania" , "Nazione occitana", "Stato Occitano" esteso dalle Alpi ai Pirenei, nel Sud Francia, a cui è stato abbinato, appunto, il concetto di "lingua occitana normalizzata" Teorico di tale pensiero è stato François Fontan. L'intellettuale fondatore del P.N.O. - Partito Nazionalista Occitano - negli anni '70 venne espulso dalla Francia e si stabilì in Piemonte per alcuni anni. La sua ideologia nazionalista, a forti tinte razziste, ispirò il M.AO. (Movimento Autonomista Occitano in Italia). Dopo numerose prove elettorali negative, il gruppo parve sciogliersi e risulta oggi autodenominato "Ousitanio Vivo", "Chambra d'Oc". Una associazione culturale che si adopera per diffondere, in modo assai schermato, le dottrine del maestro. Altri attivisti ec MAO, agiscono quali eletti di piccoli comuni o presenti in Comuità Montane, portando avanti all'interno della macchina amministrativa, il pensiero del maestro François Fontan.
Per quanto esplorata pazientemente, la storia non rivela, nemmeno vagamente, l'esistenza nei secoli d'una "nazione occitana". A maggior ragione, meno che mai d'uno "Stato occitano" o "Occitania" e di conseguenza d'una "lingua occitana". Affermazioni e rumori oggi intesi a dismostrarlo, tradiscono dunque, in primo luogo la storia, la verità storica: per comoda ignoranza di essa, ma soprattutto per pretestuoso disegno ideologico. Disegno di nazionalismo estremista, condito dei soliti slogan che puzzano di regime: "decolonizzazionò, "indipendenza".
Dopo essermi collegato al sito www.occitani.forumactif.com … sono rimasto allibito. Al momento di cercare di registrarmi al forum mi trovo davanti una pagina dai contenuti improponibili e inaccettabili:
“Aqui, avetz una sola reula a seguir e respectar. (= Qui dovete rispettare una sola regola)
"Reconeisse l'egalitat entre los Òmes, los sexes, las originas, las religions, las culturas.
Reconeisse l'existencia de la lenga occitana (dins totas sas variantas dialectalas) e de sa cultura.
Reconeisse l'existencia d'un pòple occitan."
"Je reconnais l'égalité entre les Hommes, les sexes, les origines, les religions, les cultures.
Je reconnais l'existence de la langue occitane (dans toutes ses variantes dialectales) et de sa culture.
Je reconnais l'existence d'un peuple occitan."
"I acknowledge the sexes, origins, religions and cultures equality.
I acknowlege the occitan language (in all its dialectals variants) and culture existency.
I acknowlege the occitan people existency."
"Reconozco la igualdad entre los Hombres, los sexos, los orígenes, las religiones, las culturas.
Reconozco la existencia de la lengua occitana (en todas sus variantes dialectales) y de su cultura.
Reconozco la existencia de un pueblo occitano."
Se ses d'acòrd, picatz sus "J'accepte" aqui dejos.”
L’accettazione di tali contenuti viene considerata dagli organizzatori del forum come unica condizione sine qua non per l’iscrizione allo stesso.
Il messaggio è chiaro da qui in avanti vige una sola regola” ossia l’accettazione dell’esistenza della lingua occitana, dell’esistenza del popolo occitano” e quindi della “nazione occitana”.
Questo è un chiaro esempio di imposizione ideologica nazionalista occitanista, portata fino all’estremo punto di rifiutare l’iscrizione a un forum a chiunque la pensi in modo diverso e voglia fare opposizione civile e democratica all’interno del forum stesso.
Un tentativo autoritario e “fascista” di pura discriminazione mascherato dall’enunciazione di principi universali di diritti umani.
Una vera vergogna!!!
Per chiarezza vogliamo dire ai signori che gestiscono in questo modo vergognoso e turpe questo sito, che non siamo d’accordo e non crediamo e non riconosciamo “l’esistenza della lingua occitana e della sua cultura” e tanto meno “l’esistenza del popolo occitano” perché non esistono né “la lingua occitana e la sua cultura”, né “il popolo occitano”.
Noi crediamo e riconosciamo l’esistenza della famiglia delle lingue d’oc, plures et liberae in una familia, con la stessa dignità di lingue.
Noi crediamo e riconosciamo il sacro diritto , nostro e di chiunque, di avere e di esprimere ovunque liberamente e civilmente la propria opinione e il proprio dissenso senza essere controllati e censurati da alcuno.
Lou 19 de mai 2010 lou Parlament de la Generalitat de Catalunya a aprouvà uno resouluciou bèn discutiblo e fantasierouso en favour de la pretendudo « lengo oucitano », mas d'aquel cop s'es pas limità al territòri de sa coumpeténcio, la vau d'Aran ounte se parlo uno varianto di lengo d'o que se souno en realita « l'aranés ».
Li catalan an gausà espandi lour revendicacioun pu luenh e an voutà uno demando per que se countùnie lou traval de « recuperacioun, nourmalisacioun e valourisacioun de la lengo oucitano dins si territòri aministratiéu d'Itàlio e de Franço.
“Amb aquest important gest simbòlic i polític, el Parlament de Catalunya vol encoratjar la ciutat de Tolosa, així com totes les altres ciutats i institucions d'Occitània, a continuar i millorar el treball de recuperació, normalització i dignificació de la llengua occitana en aquells territoris administrativament francesos o italians.”
Dal giornale Avui http://www.avui.cat/cat/notices/2010/05/el_parlament_de_catalunya_aprova...
Acò's espantous de veire amé quanto leugiereso e inhourènço di realita culturalo, soucialo e lenguistico de nòsti territòri aquéli moussuret del Parlament catalan se permétoun de parla.
Bessai que li catalan an lis aurilho e lis uels tampà e que sàboun pas que subre tout lou territòri de la familho dei lengo d'o, i a uno poulemico secularo entre li que deféndoun e valourìsoun li vertadiero lengo d'o e li qu'ensàjoun d'impousa uno ideoulougìo autouritàrio e centralisto per crea uno inesistento e improubablo nacioun dicho « grando oucitànio ».
Chal crèire que sàboun pas qu'en Franço e en Itàlio li mouviment oucitan soun minouritàri e que lou countengù de lour proupagando naciounalisto es pas partejà per li poupulacioun loucalo.
Alouro acò sario mièl que s'infourmèssoun avans de s'esprimi subre aquel sujet. Mai sintoumatico incaro que la gafo del Parlament catalan es la tiero di coumentàri fach per li catalan meme, qu'invìtoun lour Generalitat a se chauta de causo pu gravo e urgento per lour païs, pulèu que de reprendre lis asenado fantasierouso d'àutri.
Coumo aquelo reacioun :
Quin riure, el nostre Parlament. [...]. Quin poder tenim nosaltres per demanar i protegir una llengua, quan prou feina tenim per la nostra ? Quan no sabem fer que respectin la nostra en el parlament foraster de l'estat espanyol? I volen que sigui oficial en els organismes europeus?
Conrad Desvalls i Sanromà (Esplugues de Llobregat) 20.05.10, 07:46”
Traducioun :
« Coumo es ridicule noste parlament. Quante pouder avèn nàutri per demanda de proutegi uno lengo, quand avèn ja proun de traval à faire per la nostro ? quand sèn pas capable de faire respeta nosto lengo al parlament de l'estat espanhòu ? E voulèn que siegue lengo ouficalo al parlament euroupen ? »
Mas subretout amé quanto arrouganço e amé lou permes de quau lou Parlament de Catalounho se chauto de causo que soun de la coumpeténcio d'autre poupulacioun, e s'autrejo lou drech d'aprouva de resoulucioun que vàloun tamben subre de territòri ounte a jes de coumpeténcio ??
Mas coumo lou pople catalan, que patiguè uno oupressioun seculàrio de la part de l'espanhòu, que revendiquè autounoumìo e liberta, coumo pot se permetre de faire un ate fourmal de soun parlament per impousa sa pròpio oupinioun a de poupulacioun d'estat estrangié ?
E vaqui que l'ouprimì se fai oupressour.
Nàutri lis abitants di valado aupenco del Piemount miejournal countunian de parla a « nosto modo » dounc en prouvençal aupen e pas en « oucitan ».
Nouste terro fan part de jes de nacioun « oucitano » e de cap d' « oucitànio ».
Nàutri italian e piemountés de lengo prouvençalo aupenco recounouissen pas à la Generalita de Catalounho ges d'autourita subre nàutri. Acetan pas aquel afrount e refusan un cop de mai de nous vèire sounà « oucitan ». Invitan la Generalitat de Catalounho à presenta sìe escuso li pu sentìo i poupulacioun del sud de la Franço e di valado aupenco prouvençalo, e à elimina sèns tarda del teste de la resoulucioun touto referéncio i poupulacioun del sud de la Franço e di valado aupenco prouvençalo, à elimina sèns tarda de la resoulucioun touto referéncio à de territòri de de poupulacioun subre liqualo a ges de juridicioun e subre li lengo e li culturo diquau a ges de drech de s'esprimi amé d'ate nourmatiéu, quante que siegue lour meno.
Esperan.
Consulta Provenzale / Adunado Prouvençalo
Il 19 maggio 2010 il Parlamento della Generalitat de Catalunya ha approvato una risoluzione molto discutibile e fantasiosa a favore della cd “lingua occitana”, ma questa volta non si è limitata a riferirsi al territorio di sua competenza, ossia la val d’Aran dove si parla una variante delle lingue d’oc realmente definita “aranes”.
Bensì i catalani si sono sbragati nell’estendere un auspicio perché si continui il lavoro di “recupero, normalizzazione e valorizzazione della lingua occitana nei territori amministrativi di Italia e Francia."
“Amb aquest important gest simbòlic i polític, el Parlament de Catalunya vol encoratjar la ciutat de Tolosa, així com totes les altres ciutats i institucions d’Occitània, a continuar i millorar el treball de recuperació, normalització i dignificació de la llengua occitana en aquells territoris administrativament francesos o italians.”
Dal giornale Avui http://www.avui.cat/cat/notices/2010/05/el_parlament_de_catalunya_aprova...
E’ sconcertante con quanta leggerezza e ignoranza delle realtà culturali, sociali e linguistiche dei nostri territori si permettrano di parlare questi signori del Parlamento catalano.
Forse i catalani hanno le orecchie, e gli occhi tappati e non sanno che sul tutto il territorio della famiglia delle lingue d’oc è in corso una secolare polemica fra chi difende e valorizza le reali lingue d’oc e chi invece sta cercando di imporre un’ideologia autoritaria e centralista per creare un’inesistente e improbabile nazione detta “grande occitania”.
Forse non sanno che in Francia e in Italia i movimenti occitaniti sono minoritari e i contenuti della loro propaganda nazionalista non sono condivisi dalle popolazioni locali.
Allora forse è meglio che si informino prima di esprimersi in merito.
Ma ancor più sintomatica della gaffe del Parlamento catalano è la sfilza dei commenti dei catalani stessi, che invitano la loro Generalitat a occuparsi di cose più gravi e urgenti per il loro paese invece di occuparsi di stupidaggini fantasiose di altri.
Come questo:
“Quin riure, el nostre Parlament. [...]. Quin poder tenim nosaltres per demanar i protegir una llengua, quan prou feina tenim per la nostra ? Quan no sabem fer que respectin la nostra en el parlament foraster de l'estat espanyol? I volen que sigui oficial en els organismes europeus?
Conrad Desvalls i Sanromà (Esplugues de Llobregat) 20.05.10, 07:46”
Traduz: “ Che ridere che fa il nostro parlamento. Che potere abbiamo noi per chiedere di proteggere una lingu, quando abbiamo già abbastanza lavoro da fare per la nostra?Quando non siam oin grado di far si che si rispetti la nostra lingua nel parlamento strabiero dello stato spagnolo? E vogliamo che sia lingua ufficiale nel parlamento europeo?”
Conrad Desvalls i Sanromà (Esplugues de Llobregat
Ma soprattutto con quale coraggio e col permesso di chi il Parlamento di Catalunya si occupa di cose che competono a altre popolazioni arrogandosi il diritto di approvare risoluzioni che valgano anche per territori su cui non ha alcuna competenza??
Ma come, il popolo catalano, che lamenta secolari oppressioni da parte dello spagnolo, rivendicando autonomia e libertà, con un atto formale del suo parlamento si permette di imporre la propria opinione a popolazioni di stati esteri??’
Ed ecco che l’oppresso diventa oppressore.
Noi abitanti delle vallate alpine del Piemonte meridionale continuiamo a parlare “a nosto modo” o provenzale alpino e non “occitano”.
Le nostre terre non fanno parte di nessuna nazione “occitana” e di nessuna “occitania”.
Noi italiani e piemontesi di lingua provenzale alpina non riconosciamo alla Generalitat di Catlunya nessuna autorità su di noi. Noi non accettiamo questo affronto e rifiutiamo ancora una volta di chiamarsi “occitani” , invitando la Generalitat di Catalunya a presentare le sue più sentite scuse alle popolazioni del sud della Francia e delle vallate alpine provenzali, e a eliminare senza indugio dal testo della risoluzione qualsiasi riferimento a territori e popolazioni su cui non ha giurisdizione alcuna e sulle cui lingue e culture non ha alcun diritto di esprimersi con atti normativi di alcun tipo.
Stiamo aspettando.
Consulta Provenzale
Ecco una curiosa serie di affermazioni, frasi e sentenze di cui la dottrina nazionalista occitana è piena e che vengono comunemente spacciate per pura verità e come tale somministrate alla gente, in realtà si tratta di vere e proprie assurdità, stravolgimenti grotteschi della storia, della cultura e delle tradizioni delle vallate alpine del sud del Piemonte e del meridione di Francia:
-"L'occitania esiste": in realtà mai è esistita una nazione chiamata "occitania" e non se ne trova alcuna traccia né nella storia, né nei toponimi, né nella cartografia medievale o rinascimentale europea.
-L'occitania è quindi una nazione totalmente inventata. "Dronero è terra occitana"; chi vive a Dronero, ridente cittadina della provincia di Cuneo, sa benissimo che non è vero. Dronero situata a circa 600 m di altitudine slm ,è sempre stata terra di lingua, cultura e tradizioni italo-piemontese.
-"L'occitania si estende dalle Alpi ai Pirenei": che bufala incredibile, ma da quando una nazione inesistente può avere un'estensione?? E ci si dovrebbe persino credere ...Qualcuno diceva "beati i poveri di spirito",beh, qui si sta francamente esagerando.
- La parlata brigasca è "occitana": ma da quando? da quando qualcuno a Espaci Occitan lo ha deciso, così sulla carta, senza neanche sapere di cosa parlava ...
Ecco alcune opinioni celebri sull’”occitania”:
“Occitan n'est malheureusement qu'un barbarisme latin découvert dans quelques rares grimoires. Il ne s'est jamais appliqué dans le Midi à aucune réalité historique, n'a jamais participé à la vie nationale du pays. C'est un mort-né à côté de ces vivants magnifiques qui s'appellent : Provence, Auvergne, Languedoc, Limousin, Gascogne, Béarn, Catalogne.” Vivo Prouvènço de juin 1913, Pierre Devoluy
« Allez partout dans nos provinces et interrogez les gents du peuple : ils vont diront : « Je suis cévenol, gascon, béarnais, lauraguais, etc... », je vous défie bien d'en trouver un seul qui vous dise : « je suis occitan. »
Marius André (Aiòli du 17 novembre 1897)
Nel 1896, il provenzale alpino Pierre Dévoluy nel suo libro “Istori naciounalo de la Prouvenço” scriveva che in tutte le valli limitrofe della Provenza ( denominata oggi dal punto di vista amministrativo, Provence-Alpes-Côte d’Azur) che scendono verso la pianura di Torino “ si parla essenzialmente provenzale tra pastori e gente di campagna”.
“…Poi, oh! Poi, la Provenza, semplicemente perché essa ha un bel nome! Un nome che continua a sedurre. Che parola dolce e ben fatta per designare una terra speciale! Sia che tu lo pronunci in latino: Provincia; in francese: Provence; in provenzale: Prouvenço, è comunque carezzevole e sonoro. Avere un bel nome, che fortuna! (…) Quale spinta verso la gloria! La parola “Provenza” è una di quelle parole fortunate. Nota che i conti di Tolosa non si fecero mai chiamare “conti di Languedoc”: l’espressione “conti di Provenza” aveva tutto un altro stile! Dire: “Io sono provenzale” suona meglio di “io sono linguadociano” (…) Ci sono parole di lusso delle quali ci si innamora quasi. “Provenza” è stato ancora uno di questi ultimamente. Provenza significa sole, azzurro, buon umore. Un perigordino, un catalano, un alterno sorridono gentilmente quando li si chiama provenzali. Certi se dicenti sapienti stanno per mettere le cose in ordine.
Per dare a Cesare ciò che è di Cesare, hanno tirato fuori con un incantesimo la parola “occitania”, e la hanno presentata su un piatto d’oro a Montpellier. Certo ,tutto ciò non nuoce a nessuno – seppure!
… Io constato soltanto che la parola “occitania” non ha alcun riferimento storico reale, per la semplice ragione che essa non è mai stata ricollegata ad una nozione di “patria”, e che in fatto di tradizione alla quale ci si possa appellare, tale termine non lo si trova se non in una forma alquanto rozza in qualche atto notarile – e ancora, avremo cura di non scordarlo! In un’avventura sentimentale dell’insaziabile Chateaubriand. Salvo qualche topo di biblioteca ,la gente del Meridione di Francia ignora placidamente la pretenziosa “occitania”. Azzardati a rivolgerti a una persona di Montpellier o a una di Tolosa dicendogli: “Lei è occitano” e loro ti risponderanno “Occitano? … E che cos’è?” Grazie a Dio, la gente per bene, ha memorizzato, nel loro sangue e nel loro midollo, che quando il Midi lottava per la sua causa, non era affatto il grido “occitania” a risuonare sulle mura di Tolosa. No, il Midi gridava a piena voce: “Avignone! Tolosa! Provenza” …”
Frederì Mistral
da Gai Savoir di Mario Gasquet, Paris Flammation, 1941
La Consulta Provenzale, gruppo di associazioni provenzali e piemontesi , venuta a conoscenza di una se dicente proclamazione di un non meglio identificato "governo provvisorio occitano", atto di promozione di una non meglio identificata futura Repubblica Federale dei Paesi d'oc , avvenuta a Tolosa in data 24 marzo 2007
Essere vere e proprie fantasie politiche e culturali le motivazioni addotte dai soggetti presieduti a tale atto e che si stia in tal modo strumentalizzando a fini chiaramente politici e nazionalistici le culture delle lingue d'oc
La valorizzazione del lingua provenzale alpina, parlata nelle vallate del Piemonte meridionale, e delle altre lignue d'oc, parlate nel meridione di Francia.
Assolutamente necessario alcun atto di indipendenza e nessun tipo di autonomia politica, legislativa e amministrativa quale condizione sine qua non per i mantenimento della lingua e della cultura dei paesi d'oc.
Bensì che tali attività culturali debbano essere realizzate attraverso l'interazione e la collaborazione pacifica con la società civile e le sue parti e nel rispetto delle entità e delle autorità politiche ed amministrative esistenti sul territorio.
Che tale atto di fondazione di un governo provvisorio "occitano" rappresenti una chiara ed inutile provocazione politica alle Repubbliche di Francia , Italia e al Regno di Spagna, condotta dalla perversa logica politico-nazionalista ed etnista occitana, dalla quale i Provenzali d'Italia si dissociano con determinazione e con grande piacere
che il territorio che il GPO afferma essere di competenza propria, è in realtà di competenza politica e amministrativa di Italia Francia e Spagna
Che nessuno può arrogarsi il diritto di decidere il destino politico o amministrativo in vece dei Provenzali d'Italia
Che i Provenzali italiani e le popolazioni abitanti nel territorio delle Alpi sud occidentali e del mezzogiorno di Francia.non si riconoscono affatto in tale governo e che i territori da essi abitati non son oda considerarsi sotto l'autorità del governo provvisorio occitano
La sua più completa estraneità e dissociazione da tale governo e dalla sua costituzione, nonché dalla futura, e già eventualmente avvenuta, stesura di una Costituzione di tale inesistente repubblica
Ad ostacolare e combattere il su indicato governo provvisorio occitano
A non rispettarne l'atto di formale costituzione e di conseguenza a non riconoscerne mai l'autorità dei suoi organi e dei suoi membri
A rifiutare ogni tipo di risoluzione o decisione da questo governo fantasma adottate
A disinteressarsi completamente di esso e di qualsiasi attività da esso promossa e compiuta
Che tale dichiarazione venga immediatamente assunta dai membri del governo provvisorio occitano come un netto rifiuto e una netta "dichiarazione di ostilità" da parte della Consulta Provenzale e delle popolazioni di lingua provenzale alpina e delle associazioni che la sostengono
Ecco un documento illuminante e sconcertante. Il Rapporto Blanchet in merito al libro Valadas Occitanas e Occitània Granda. Il manuale stampato nel 2001 col patrocinio e il finanziamento della Regione Piemonte costituisce attualmente il più completo compendio in sintesi dei contenuit dell’ideologia occitanista e la relazione del prof. Philippe Blanchet riassume in modo esaustivo gli elementi essenziali della critica all’occitanismo.
Anghilante Dario, Bianco Gianna et Pellerino Rosella, Valadas Occitanas e Occitània Granda (« Vallées Occitanes et Grande Occitanie »), Chambra d’òc / Regione Piemonte, Torino (Turin), Italie, 2000, 143 p. + CDRom (pour Windows® uniquement).
Ce luxueux coffret contenant un manuel riche de nombreuses illustrations en couleurs et un CDRom au contenu équivalent a été publié fin 2000 par la Région Piémont, suite à la nouvelle loi italienne qui prévoit un enseignement des langues minoritaires dans les zones concernées (loi 482 de décembre 1999). L’ouvrage est d’ailleurs présenté par l’assessore alla cultura de la Région Piémont. Il présente en cinq chapitres (« géographique, linguistique, historique, dans la tradition, économique ») la « Grande Occitanie » et la place des « vallées occitanes » du Piémont italien en son sein. Le texte du livre est entièrement en italien, sauf les titres et quelques chapeaux (bilingues italien et langue d’oc) ainsi que quelques extraits littéraires ou de chansons. Le CDRom permet d’entendre l’occitan alpin normalisé promu par les auteurs.
Je dois déclarer d’emblée que l’étude minutieuse de cet ouvrage m’a laissé stupéfait. On pourrait en effet se réjouir de la publication d’un tel manuel moderne par une institution territoriale d’un état de l’Union européenne, au service d’une langue minoritaire désormais officiellement reconnue. On doit tout au contraire regretter cette réalisation et s’en inquiéter très sérieusement, surtout lorsque l’on sait par ailleurs que ce manuel, financé sur des fonds publics, a été diffusé gratuitement dans les écoles de la zone du Piémont où l’on parle une langue de la famille d’oc. Car ce manuel contient non seulement une propagande orientée en faveur de l’idéologie occitaniste, mais aussi et surtout des informations aberrantes, des manipulations douteuses, et un soutien à une idéologie nationaliste d’extrême droite.
On comprendra mieux l’origine du problème si l’on est informé des faits suivants.
Dans toute une série de vallées alpines du sud-ouest du Piémont (toutes celles de la provincia di Cuneo et quatre vallées de la provincia di Torino), les parlers locaux historiques sont typologiquement apparentés à la famille d’oc et plus précisément au provençal alpin que l’on parle du côté français de la frontière. Les populations locales les appellent du nom de leur village, ou dialetto, ou encore disent parler à nosto modo (« à notre façon »). Un sentiment de proximité avec les parlers de Provence est bien attesté, dû à des contacts réguliers depuis des siècles. Depuis le XIXe et surtout depuis le XXe siècle, le milieu associatif (L’Escolo dóu Po, Coumboscuro Cèntre Prouvençal, la Valaddo…), les principaux écrivains (les Arneodo, Bermon, Piton…), etc., ont du reste choisi de rattacher explicitement leurs parlers à ceux de Provence, sous l’appellation provenzale, bien acceptée. La graphie adoptée est donc l’orthographe provençale moderne (dite aussi « mistralienne »), adaptée aux parlers locaux et au contexte social (où les langues dominantes sont le piémontais et surtout l’italien). Des dictionnaires, des grammaires, des documents pédagogiques ont été publiés dans cet esprit. Il est important de noter que ces parlers sont encore bien vivants, puisqu’une enquête récente menée par des enseignants auprès de 12000 élèves de l’école élémentaire montre que, dans les hautes vallées, environ 30% des parents les utilisent avec leurs enfants (et près de 10% comme langue unique de communication familiale)[1].
Depuis les années 1960 existe également dans l’une des vallées piémontaises de langue d’oc, un Movimento Autonomista Occitano (sur lequel nous reviendrons plus loin) qui y a développé de façon très revendicative une idéologie occitaniste. Cette thématique a été reprise par Ousitanìo Vivo[2], puis depuis peu par l’Espàci occitan et la Chambra d’òc, deux associations installées à Dronero (en basse Val Maira —où l’on trouve moins de 3% de locuteurs—) et qui participent à un fort lobbying occitaniste en Italie. Elles sont d’ailleurs toutes deux à l’origine de ce manuel, l’une comme co-éditeur avec la Région Piémont, l’autre comme ayant accordé son « parrainage ». Ces mouvements proposent l’adoption d’une langue standardisée et de la graphie occitane dite aussi « classique » (très éloignées des parlers locaux, cf. infra). Ils s’appuient également sur l’idéologie nationaliste de François Fontan (cf. infra).
Enfin, lors du vote de la loi 482/99, le projet initial qui portait la mention « consensuelle » provenzale occitanico (« provençal occitanique ») a été modifié au dernier moment avant le vote, sous l’effet d’un lobbying, pour substituer occitano à provenzale. Aucun député piémontais n’a pris part au vote, et ceci pour protester principalement contre l’absence du piémontais dans cette loi et, secondairement, contre l’absence du provenzale, terme adopté par la majorité des instances culturelles concernées et largement préféré aux connotations idéologiques du terme occitano. Mais du fait de l’adoption légale de ce terme, sous lequel la majorité des locuteurs et des acteurs culturels ne se reconnaissent pas, c’est vers ceux qui promeuvent l’occitan que se sont tournées les institutions officielles. Et d’autant que ceux-ci se mettent fortement en avant, davantage peut-être que d’autres, plus modérés, qui ont pourtant acquis depuis longtemps une bonne expérience et réalisé un travail de qualité. D’où la réalisation et la diffusion de ce livre par la Région Piémont et les occitanistes de Esapci Occitan.
Or donc que trouve-t-on dans ce « manuel » ?
On y trouve bien sûr l’ensemble de la théorie de la « Grande Occitanie », puisque, à partir d’un espace linguistique supposé commun (une seule et même langue), l’occitanisme est vite passé, dès ses débuts, à un prétendu peuple et à une prétendue nation, avec des velléités d’en arriver, chez certains, à un état indépendant : une langue, un peuple, une nation… avec tous les emblèmes et les attributs « nationaux » de la « Grande Occitanie » (territoire, croix de Toulouse, langue commune, grands ancêtres, histoire nationale, etc., constituent l’essentiel de ce manuel qui n’enseigne pas la langue).
On notera au passage que c’est bien la croix de Toulouse, emblème historique de l’ancien Comté de Toulouse devenu, grosso modo, les régions françaises actuelles du Languedoc-Roussillon et de Midi-Pyrénées, qui est annoncée comme drapeau de toute l’Occitanie et imprimée sur chaque page : ceci s’inscrit dans le droit fil de la paradoxale centralisation occitaniste autour de Toulouse (dont les parlers, modifiés, ont été promus au rang d’occitan central de référence, c’est-à-dire d’occitan standard). La « capitale de l’Occitanie » serait donc Toulouse.
On va ainsi enseigner l’existence de cette « Grande Occitanie » aux enfants, et leur inculquer que leur pays, l’Occitanie donc, s’étend (p. 27) depuis Bayonne jusqu’au nord de Montluçon (!) et jusqu’à… Draonier (« Dronero »)[3]. Que Toulouse est la Florence d’oc (p. 30), alors qu’Avignon pourrait beaucoup mieux prétendre à cette comparaison sur le plan des arts et que la Provence est de loin le plus important foyer littéraire du sud de la France. Que les paysages d’Occitanie —ainsi présentée avant tout comme un territoire et non comme un espace linguistique— sont très variés depuis des sommets de 4000 m. jusqu’à l’océan (p. 33).
On y trouve même et surtout des énormités telles que les suivantes :
-Leurs héros littéraires sont l’Arlésienne, Giono, D’Artagnan, Stevenson[4], Calendal et Tartarin de Tarascon, tous en vrac (p. 36-38), malgré l’opposition farouche de Giono contre la langue régionale et les stéréotypes négatifs pour Parisiens en mal d’un exotisme de pacotille que leur proposent le gascon D’Artagnan et le provençal Tartarin. Imaginerait-on des Bretons se vanter du personnage de Bécassine ?
-Leur capitale vinicole est Bordeaux (p. 120), le fromage le plus célèbre de « l’Occitanie d’outre-Alpes » est le roquefort (p. 123), et la méthode de vinification champenoise a été inventée en Occitanie mais cachée pour « éviter que les nobles occitans ne commettent trop de péchés de bouche en festoyant au champagne et aux huitres aquitaines » (p. 127).
-Parmi les grands ancêtres occitans, on trouve Blaise Pascal, Champollion, les frères Michelin, Messegué, Cousteau et Brassens, là aussi tous en vrac (p. 130), et à qui on impose une identité qui soit n’existait pas de leur temps, le concept d’Occitanie n’ayant pas encore été inventé (Pascal, Champollion), soit leur paraitrait au moins surprenante et probablement loufoque.
-De même, le supposé chef gaulois Vercingétorix vaincu par Jules César en 52 av. J.-C. est présenté comme « le premier martyr de la résistance occitane » (p. 70, on était donc « occitan » avant même l’existence d’une langue romane dans cette partie de l’Europe !), et le fait que le révolutionnaire Danton (mort en 1794) ait été membre du groupe politique des Girondins montrerait que « le désir d’indépendance se manifeste déjà chez les Occitans « à cette époque (p. 86, car le mot girondin vient de Gironde, nom de l’estuaire de la Garonne à Bordeaux, mais Danton était Champenois et opposé aux Girondins) !
Pour en finir avec ces exemples des multiples aberrations de cet ouvrage, on apprendra (p. 138-140), que la bouillabaisse est l’équivalent « occitan » du cacciuco toscan, que la ratatouille niçoise se fait avec « des haricots » et « des carottes », et que l’on met « du poivre » dans l’aïoli !
On pourrait se contenter, bien qu’il s’agisse d’un « manuel » scolaire, de rire de ces bêtises, si elles ne s’étendaient à des questions beaucoup plus dangereuses, et ici fondamentales, telles la langue, l’identité, la politique, l’idéologie. Car « une langue, un peuple, une nation, pour la Grande Occitanie », c’est tout un programme.
Sous le même fatras d’informations absurdes auxquelles les élèves pourraient croire (p. 40, il y a neuf langues romanes, pas une de plus, dont bien sûr l’occitan ; p. 47, il y a 160.000 mots en occitan contre 38.000 en français ! ; p. 52, l’occitan serait récemment devenu une langue véhiculaire des sciences…), se cache en effet un discours plus corsé.
En ce qui concerne la langue elle-même, dans le droit fil de l’idéologie occitane, les auteurs proposent la création d’un « occitan alpin référentiel » qui permettrait de dépasser les variétés locales et de rattacher celles-ci à l’ensemble occitan (p. 42). Un autre objectif est d’en faire une langue officielle, adaptée à la rédaction de textes administratifs (idem). On sait en effet, cet objectif étant lié aux objectifs politiques (cf. ci-dessous), que la militance occitaniste considère en général les parlers locaux avec un certain mépris pour leur oralité populaire. Ainsi, lors d’une réunion publique organisée par l’Espàci occitan à Roccavione en 2001, des linguistes occitanistes ont-ils déclaré que les dialectes des vallées italiennes d’oc sont « riches de mots paysans et pauvres en mots capables d’exprimer des concepts abstraits »[5]. Cette vision des choses, tout à fait contestable, est typique du regard condescendant que portent habituellement les dominants sur les langues locales et les cultures populaires, que pourtant ici on prétend défendre. L’objectif des occitanistes de Dronero est donc de « normaliser les dialectes en utilisant les règles graphiques majoritairement diffusées dans le monde occitan (…) entrainant ainsi un lent processus unitaire » afin de « rendre possible l’utilisation de la langue dans les actes publics »[6]. Or ce choix n’est pas le seul possible : on peut développer un usage public d’une langue sans l’uniformiser (cf. les exemples corse et —précisément— provençal). Cette uniformisation et ces usages administratifs ne sont probablement pas ce que souhaitent les populations locales et surtout les locuteurs de ces « dialectes », en général attachés à l’utilisation de leur variété locale authentique à côté (et non à la place) d’une langue véhiculaire d’état. Mais on se garde bien de les interroger par une enquête sociolinguistique sérieuse : on pense à leur place et on leur impose les revendications des militants les plus extrêmistes et les plus éloignés des langues et cultures populaires authentiques (stratégie classique déjà observée ailleurs, en France par exemple). Voici donc ce que donne par exemple cette normalisation graphique ET linguistique (on aura noté le lien affirmé entre les deux dans la citation ci-dessus), à propos de deux proverbes (cités p. 51) :
Formes locales en graphies spontanées :
1) L i camé es vioù dessé, c es dl ot càir mô
2) Ël ris ou nài din l àiguë e ou murí din l vin
Formes normalisées :
1) Al es enca’ mielh èsser viu d’aicí qu’èsser de l’autre caire mòrt
2) Lo ris al nais dins l’aiga e al muer dins lo vin
Voilà ce que l’on va enseigner aux élèves à la place de leur langue spontanée (puisque beaucoup la parlent encore, certes pas dans la région où est implanté l’Espàci occitan) que l’on prétend ainsi défendre et promouvoir. Même sur ce point, d’ailleurs, les auteurs sont très mal informés, puisqu’ils prétendent (p. 87) que la graphie mistralienne « est encore employée par ceux qui soutiennent le Félibrige », ce qui est totalement faux : les membres du Félibrige sont libres de leurs choix graphiques, la plupart de ceux du grand sud-ouest français employant la graphie occitane ; la graphie mistralienne est utilisée dans l’immense majorité des cas en Provence, notamment par les instances officielles, même et surtout par ceux —désormais majoritaires[7]— qui sont en désaccord avec un Félibrige associé aux occitanistes !
Comme références actuelles, littéraires, médiatiques (presse, musique…), bibliographie, on ne cite bien sûr que des sources occitanistes et l’on se fait de la publicité (p. 56-64, 89-90, 116, 143), en faisant ainsi une impasse orientée et intellectuellement malhonnête sur tout un large pan (souvent majoritaire) de la vie culturelle d’oc, y compris dans les vallées piémontaises. C’est là que nous attend le pire. Car parmi les personnalités présentées en exemples aux élèves, on trouve au premier rang « François Fontan, naissance d’une conscience » (p. 89). Fondateur de l’occitanisme dans les vallées italiennes, remercié comme tel par Robert Lafont[8], F. Fontan n’est autre que le théoricien de l’ethnisme, théorie nationaliste appliquée à l’Occitanie et fortement teintée d’idées totalitaires, à la fois marxistes et d’extrême-droite. Parisien d’origine gasconne, né en 1929, il séjourne d’abord à Nice, d’où il doit fuir pour de sombres histoires. Il vient se réfugier dans un petit village italien, Frassino, situé dans la Val Varaita, une vallée dite d’oc. Il fonde à Nice en 1959 le Parti Nationaliste Occitan (toujours actif aujourd’hui mais ayant renoncé à l’ethnisme) et le Movimento Autonomista Occitan à Frassino en 1968. Les auteurs du « manuel » le présentent d’ailleurs comme « le créateur du nationalisme occitan moderne ». Ils ajoutent qu’il fut « le théoricien d’une politique progressiste et cultivée appelée ‘humanisme scientifique’ ». Ils oublient de signaler les aspects clairement xénophobes et totalitaires de ses théories, tels qu’on les découvre en lisant ses manifestes. Ainsi, dans son Orientation politique du nationalisme occitan[9], on appréciera son choix « humaniste » pour l’Occitanie (si possible devenue indépendante) :
« toute immigration devra pour de longues années être interdite dans notre pays ; pour les allogènes déjà immigrés, quels qu’ils soient (tout autant Français, Juifs, Bretons, etc., que Italiens, Catalans, Espagnols, Arabes, etc., le choix sera offert entre trois solutions : rentrer dans leur pays d’origine, rester en tant qu’étrangers avec ce qu’implique le statut d’étranger, devenir citoyens occitans à condition d’adopter la langue et le sentiment national occitans ».
François Fontan, comme aujourd’hui encore d’autres occitanistes y compris dans la région alpine[10], considérait que « l’ethnie occitane » est caractérisée, en plus de sa langue, par une caractéristique « raciale » de type génétique « le sang O est plus fréquent qu’en France »[11]. La revue occitaniste piémontaise Ousitanìo Vivo a d’ailleurs publié dans son n° 264 du 25/02/2002 un long article expliquant que, du point de vue sanguin, la population des vallées partage une spécificité avec « les populations pyrénéiques françaises » ce qui permet d’affirmer « une sorte de ‘sang occitan’ et de continuité génétique depuis les vallées de Cuneo jusqu’à l’Océan Atlantique ».
Les auteurs de notre « manuel » semblent de fait adhérer à la définition « ethniste » de Fontan : « Selon le principe ethniste un peuple se caractérise surtout par sa langue… » (p. 41). On trouve aussi p. 88 une illustration due à l’artiste niçois Ben Vautier, disciple de F. Fontan et ardent défenseur de l’ethnisme (cf. son site internet), qui ajoute sur une carte de l’Occitanie le mot « Vincerem ! » (« nous vaincrons »). On a vu plus haut que la grande réunion de lancement de la promotion de l’occitan dans les vallées piémontaises a été placée sous les auspices de F. Fontan. En outre, s’ils indiquent comme drapeau de l’Occitanie la croix de Toulouse accompagnée d’une étoile à sept rayons, c’est parce que cette étoile et ce drapeau ont été ainsi proposés par F. Fontan « dans les années 1970 » (p. 9).
Car le dernier point inquiétant, sur lequel il faut absolument attirer l’attention, est que ce manuel distille, parallèlement à l’idéologie occitaniste ethniste, un nationalisme indépendantiste. La carte de Ben pré-citée illustre par exemple un article qui affirme que la révolte des vignerons languedociens de 1907 constituait, selon l’un de ses meneurs, « le germe d’un petit état au sein du grand état français ». On a vu plus haut comment l’idée d’un « désir d’indépendance des Occitans » et de leur « résistance » contre les états oppresseurs et colonisateurs (la France et l’Italie) est évoquée. On apprend aussi incidemment p. 129 que « 54% de l’énergie hydroélectrique de France est produite en territoire occitan ». L’Occitanie serait donc auto-suffisante en énergie… Car on retrouve là, évidemment, les idées de F. Fontan, qui considérait l’Occitanie comme un pays colonisé (sa plaque commémorative à Frassino le présente d’ailleurs comme le « défenseur des peuples opprimés et colonisés »). Voici à nouveau ce qu’écrivait Fontan, donné en exemple aux écoliers par ce « manuel » :
« Notre position est en effet celle d’un nationalisme radical ; nous estimons que la formation d’un état occitan indépendant, souverain et unifié est une nécessité fondamentale pour l’ethnie occitane (…) nous sommes donc ‘séparatistes’ par rapport à l’état français (…) L’occitan doit bien entendu redevenir la seule langue officielle, la seule langue courante, et la seule langue de l’enseignement, le français devra ‘rétrograder’ et sera étudié comme les autres langues étrangères »[12]. Pour y arriver, il préconise « au niveau politique, jusqu’à l’indépendance, utilisation préférentielle des moyens démocratiques, et, si ceux-ci nous sont refusés, de tous autres moyens (…) après l’indépendance, entière démocratie pour les tendances acceptant [nos] trois bases fondamentales (…) répression de toutes autres tendances politiques »[13]. Quant aux « couches qui se révèleront irréductiblement francophones et francophiles, [elles] doivent être privées du pouvoir (sous toutes ses formes) et réprimées pour autant qu’il sera nécessaire »[14]. On peut bien sûr remplacer France et français par « Italie, italien ».
On peut enfin se demander si la diffusion gratuite de ce « manuel », si bien présenté, auprès des enfants, avec un contenu aussi choquant pour une région d’un état-membre de l’Union européenne démocratique et moderne, avec les dangers aussi patents en termes d’endoctrinement des élèves, n’est pas en quelque sorte la réalisation d’un vœu du même théoricien :
«Quels que soient les moyens employés, il est bien évident que l’élément décisif est celui de la prise de conscience nationale (…) Il faudra prévoir une longue période de bilinguisme occitan-français [lisez ici « italien »] au cours de laquelle devra être réalisée progressivement une œuvre immense d’abord d’édition et de formation d’enseignants, puis d’enseignement obligatoire et d’usage administratif obligatoire. Cet aspect de contrainte légale n’est bien entendu concevable qu’accompagné d’une vaste propagande et de diverses formes d’intéressement matériel en faveur de la langue… »[15].
Quelles que soient la naïve bonne foi, l’ignorance, l’incurie et/ou la manipulation consciente qui ont permis la réalisation de cet ouvrage scandaleux et de sa diffusion gratuite auprès des élèves, on ne peut pas rester sans réagir : il faut le dénoncer et obtenir son retrait des écoles piémontaises et ce pour trois raisons majeures :
-il comporte de très nombreuses et graves erreurs qui révèlent le peu de compétence et de sérieux de ses auteurs ;
-il impose une vision très militante, très orientée et très discutable des langues des vallées piémontaises concernées et de l’ensemble du sud de la France ;
-il diffuse ou contribue à diffuser de façon insidieuse des références idéologiques et des idées politiques extrémistes et inadmissibles.
Par ailleurs, sur le plan didactique, ce « manuel » n’en est —heureusement— pas un, car il ne fait que délivrer des informations, sans aucun dispositif pédagogique (objectifs, activités d’apprentissage et d’évaluation, etc.), ni prise en compte des acquis récents des domaines scientifiques de référence et des recherches appliquées en didactiques des disciplines.
D’autres ressources sont d’ailleurs disponibles : j’ai signalé d’autres associations (qui s’activent actuellement à stopper la progression de l’idéologie en question[16]), le travail de qualité réalisé par elles, comme par exemple l’excellent Manuale per l’insegnamento della lingua provenzale nella scuola elementare de Clara Arneodo publié par Coumboscuro Cèntre Prouvençal en 1998 et qui emploie les parlers authentiques des diverses vallées.
Ph. Blanchet
[1] Premiers résultats présentés lors du colloque Les langues minoritaires de l’arc alpin, Gap, 12 et 13/07/2002, Acte sà paraitre.
[2] Présenté p. 89 du livre comme « une section départementale de l’Institut d’Etudes Occitanes ».
[3] La forme locale authentique du toponyme est Drounié. Je donne ici les noms officiels italiens.
[4] A cause de son voyage dans les Cévennes !
[5] Cf. Communiqué de l’espàci occitan publié dans les Quaderni della Régione Piemonte, n° 36, Mai 2001, p. 3.
[6] Source : idem.
[7] Il s’agit non seulement de membres du Félibrige, mais aussi de la plupart des associations culturelles provençales, comme celles regroupées au sein de l’Unioun Prouvençalo, ou le Collectif provençal.
[8] Source : idem.
[9] Librairie occitane, Bagnols (Gard), non daté, p. 34-35.
[10] Voir André Faure, Noms de lieux et de familles des Hautes-Alpes, Gap, Institut d’Etudes Occitanes des Hautes-Alpes et des Alpes de Haute Provence, 1998.
[11] F. Fontan, La nation occitane, ses frontières et ses régions, Bagnols/Cèze, Librairie occitane, 1969, p. 4.
[12] F. Fontan, Orientation politique du nationalisme occitan, op. cit., p. 6-7.
[13] Idem, p. 43.
[14] Idem, p. 35.
[15] Idem, p. 18 et 35.
[16] Cf. par exemple pour des débats publics récents le journal local L’Eco del Chisone des 23/05/2002, 30/05/2002 et 06/06/2002, et bien sûr les publications des associations La Valaddo ou Coumboscuro Cèntre Prouvençal.
Anghilante Dario, Bianco Gianna e Pellerino Rosella, Valadas Occitanas e Occitània Granda (« vallate occitane e occitania granda»), Chambra d’òc / Regione Piemonte, Torino (Turin), Italie, 2000, 143 p. + CDRom (per Windows® soltanto).
Questo cofanetto contiene un manuale ricco di illustrazioni a colori e un CD Rom con lo stesso contenuto pubblicato alla fine del 2000 dalla Regione Piemonte, in seguito all’approvazione della nuova legge statale che prevede l’insegnamento delle lingue minoritarie nelle zone interessate (Legge n. 482 del 15 dicembre 1999).
Inoltre, l’opera è presentata dall’assessore alla cultura della Regione Piemonte. Il libro presenta in cinque capitoli (« geografico, linguistico, storico, nella tradizione, economico ») la « grande occitania » e le « vallate occitane » del Piemonte italiano. Il testo è interamente in italiano, salvo i titoli e qualche capitolo (bilingue italiano e lingua d’oc) e qualche estratto letterario o di canzoni. Il CDRom dovrebbe consentire di capire l’ »occitano normalizzato » promosso dagli autori.
Devo immediatamente dire che lo studio minuzioso di questo scritto mi ha lasciato stupefatto.
Ci si protrebbe rallegrare infatti che lo studio particolareggiato di una tale moderna pubblicazione da aprte di un’istituzione territoriale di un ostato dell’Unione Europea, al servizio d’una lingua minoritaria ormai ufficialmente riconosciuta. Ma al contrario ci si deve dispiacere di questo manuale, e ci si deve inquietare molto seriamente, soprattutto quando si viene a sapere che esso, finanziato da fondi pubblici, è stato diffuso gratuitamente nelle scuole piemontesi dove si parla una delle lingue d’oc. Perchè questo libro contiene non soltanto propaganda orientata a favore dell’ideologia occitanista, ma anche e soprattutto delle informazioni aberranti, delle manipolazioni dubbiose, e un sostegno a un’ideologia di estrema destra.
Si capirà meglio l’origine del problema se si è informati dei seguenti fatti.
In una serie di vallate alpine del sud ovest del Piemonte (tutte quelle della provincia di Cuneoe in quattro vallate della provincia di Torino), le parlate storiche locali sono tipologicamente appparentate alle lingue d’oc e più precisamente al provenzale alpino che si parla sul versante francese delle Alpi. Le popolazioni locali le chiamano col nome del loro villaggio d’origine, o dialetto, o ancora a nosto modo. Un sentimeno di vicinanza con le parlate della provenza è chiaramente attestato, dovuto ai contatti regolari nel corso dei secoli.
Dopo il XIX secolo e soprattuto dopo il XX, alcune associazioni (l’Escol odou Po, Coumboscuro Centre Prouvençal, la Valaddo …), i principali scrittori (Sergi oArneodo, Bermon, Piton…), etc., hanno del resto scelto di associare le loro parlate a quelle della Provenza, con il nome provenzale, accettandolo di buon grado. La grafia adottata è dunque l’ortografia provenzale moderna ( anche detta « mistraliana »), adattata alle parlate locali e al contesto sociale ( dove le lingue dominanti sono il piemontese e soprattutto l’italiano).
Dizionari, grammatiche, documenti pedagogici sono stati pubblicati con questo spirito.
E’ importante notare che queste parlate sono ancora ben vive, visto che una recente inchiesta condotta da alcun iinsegnanti presso 12000 allievi della scuola elementare attesta che nelle alte vallate, circa il 30% dei genitori la utilizzano con i loro bambini ( e quasi i l10% la usa come unica lingua di comunicazione famigliare ) [1].
Dopo gli anni ’60 nacque nelle valli piemontesi di lingua d’oc, un Movimento Autonomista Occitano (sul quale torneremo in seguito)che ha sviluppato in modo molto rivendicativo un’ideologia occitanista. Questa corrente è stata ripresa da Ousitanio Vivo[2], dopo un pò da Espàci occitan, e poi dalla Chambra d’òc, due associazioni con sede a Dronero (in bassa val Maira – dove si trovano meno del 3% dei locutori) e che formano una potente lobby occitanista. Esse sono d’altronde entrambe responsabili di questa pubblicazione, una come oceditrice e l’altra come patrocinante. Queste associazioni propongono l’adozione di una lingua standardizzata e della grafia occitanista detta « classica » (molto lonatna dalle parlate locali, cf. infra). Esse si basano entrambe sull’ideologia nazionalista di François Fontan (cf. infra).
Infine, in occasione del voto della legge 482/99, il progetto iniziale che portava la menzione consensuale di provenzale occitanico venne modificata all’ultimo momento, sotto l’effetto della lobby occitanista, per sostituire occitano a provenzale.
Alcuni deputati piemontesi non votarono, per protestare principalmente contro l’assenza della lingua piemontese nella legge e, in secondo luogo, contro l’assenza del provenzale, termine adottato dalla maggioranza di chi si occupa di lingua e cultura e largamente preferito alle connotazioni ideologiche del termine occitano.
Ma di fatto dopo l’adozione legale di quest’ultimo termine la maggioranza dei locutori e dei soggetti culturali non si riconosce, è verso coloro che promuovono l’ occitano che si sono rivolte le istituzioni ufficiali. E il fatto che costoro si facciano avanti con decisione, svantaggia gli altri, più moderati, che hanno acquisito dopo lungo tempo una buona epserienza e realizzato un lavoro di qualità.
Da qui la realizzazione e la diffusione di questo libro da parte della Regione Piemonte e degli occitanisti di Espaci Occitan.
Che cosa si trova dunque in questo manuale ?
Ci si trovo di certo l’insieme della teoria della « grande occitania », dato che, a partire da un supposto ambito linguistico comune (una lingua unica) l’occitanismo passa velocemente, dai suoi inizi, a un preteso popolo e a una pretesa nazione, con velleità d’arrivare, in qualche caso, a uno stato indipendente : una lingua, un popolo, una nazione …. Con tutti i simboli e gli attributi nazionali della « grande occitania » ( territorio, corce di Tolosa, lingua comune, grandi antenati, storia nazionale, etc., costituiscono l’essenza di questo libro che non insegna affatto la lingua).
Si noterà che la croce di Tolosa, simbolo storico dell’antica contea di Tolosa, divenuta grosso modo le attuali regioni del Languedoc-Roussillon e del Midi-Pyrénées, è dichiarata quale bandiera di tutta l’occitania e stampata su ogni pagina : questo fa s’iscrive nell’ottica della paradossale centralizzazione occitanista attorno a Tolosa (le cui parlate, modificate, sono state promosse a rango di occitano centrale di referenza, cioè l’occitano standard).
La « capitale dell’occitania » sarà dunque Tolosa ?
Così si va a insegnare l’esistenza di tale « grande occitania » ai bambini, e gli inculca che il loro paese, l’ »occitania ». si estende (p.27) da Bayonne fino a nord di Montluçon( !) e fino a Draonier (Dronero) [3].
Che Tolosa è la Firenze d’oc (p. 30), benché Avignon potrebbe aspirare a questo paragone a maggior ragione sul piano artistico e che la Provenza è dunque di gran lunga il più importante centro letterario del sud della Francia. Che i paesaggi d’occitania – presentata prima di tutto come un territorio e non come uno spazio linguistico – sono molto vari e vanno da vette di 4000 mt fino all’oceano (p.33).
Ci si trova soprattutto delle enormità quali le seguenti :
-I suoi eroi letterari sono l’Arlésienne, Giono, D’Artagnan, Stevenson[4], Calendal et Tartarin de Tarascon, malgrado l’opposizione feroce di Giono contro la lingua regionale e gli stereotipi negativi per i parigini in cerca di un esotismo a buon mercato che gli proponga D’Artagnan e il provenzale Tartarino. Ci si immaginerebbe dei Bretoni vantarsi di un personaggio di Bécassine ?
- La sua capitale vinicola è Bordeaux (p. 120), il formaggio più celebre dell’ »occitania d’oltralpe » è il rochefort (p. 123), è il metodo di vinificazione champenoise è stato inventato in occitania ma nascosto per « evitare che i nobili occitani non commettessero troppi peccati di gola festeggiando a champagne e a ostriche aquitane » (p. 127).
- Fra i grandi antenati occitani, si trovano Blaise Pascal, Champollion, i fratelli Michelin, Messegué, Cousteau et Brassens, si trovano anche tutti insieme (p. 130), e a tutti si impone un’identità che sia non esisteva ai loro tempi, dato che il concetto di occitania non era ancora stato inventato (Pascal, Champollion), sia a loro stessi sarebbe parsa perlomeno sorprendente e probabilmente molto buffa.
- Allo stesso modo, il supposto capo gallico Vercongetorige vinto da Giulio Cesare nel 52 a.C. è presentato come « il primo martire della resistenza occitana » (p. 70, si era dunque « occitani » prima della stessa esistenza di una lingua romanza in questa parte d’Europa !), e il fatto che il rivoluzionario Danton (morto nel 1794) fosse membro del gruppo politico Girondini dimostrerebbe che « il desiderio d’indipendenza si manifesta già presso gli occitani » a quest’epoca (p. 86, perchè la parola girondino viene da Gironda, nome dell’estuario della Garonna a Bordeaux, ma Danton era del Champenois e oppositore dei Girondini !).
Per finire con questi esempi di multiple aberrazioni di quest’opera, si apprende (p. 138 – 140), che la bouillabaisse è l’equivalente « occitano » del caciucco toscano, che la ratatouille niçoise si fa con i fagiolini e le carote, e che si mette del pepe nell’ aïoli !
Ci si potrebbe accontentare, sebbene si tratti di un manuale scolastico, di ridere di queste stupidaggini, se esse non riguardassero questioni molto più pericolose, e fondamentali, quali la lingua, l’identità, l’ideologia. Perchè lo slogan « una lingua, un popolo, una nazione, per la grande occitania », è tutto un programma.
Sotto la stessa spazzatura di informazioni assurde alle quali gli allievi potrebbero credere (p. 40, ci sono nove lingue romanze, non una di più, di cui certamente l’occitano ; p. 47, ci sono 160 mila parole in occitano contro 38 mila in francese !; p. 52, l’occitano sarebbe recentemente divenuto una lingua veicolare delle scienze …), si nasconde in realtà un discorso più piccante.
Per quanto riguarda la lingua, sul filo dell’ideologia occitana, gli autori propongono la creazione di un « occitano alpino referenziale » che permetterebbe di superare le varianti locali e di ricollegarsi alla famiglia occitana (p. 42). Un altro obiettivo è fare una lingua ufficiale, adattata alla redazione dei testi amministrativi (idem). Si sa che in effetti, questo obiettivo è legato a altri obiettivi politici, perchè la militanza occitanista considera i ngenerale le parlate locali con un certo disprezzo a causa della loro oralità popolare. Così, in occasione di una riunione pubblica organizzata da Espaci Occitan a Roccavione nel 2001, alcun ilinguisti occitanisti hanno dichiarato che i dialetti delle vallate italiane d’oc sono « ricchi di parole rurali e povere di parole in grado di esprimere dei concetti astratti » [5].
Questa visione delle cose, del tutto contestabile, è tipica dello sguardo di superiorità che chi comanda porta alle lingue locali e alle culture popolariu, che invece qui si cerca di difendere. L’obiettivo degli occitanisti di Espaci Occitan è dunque di « normalizzare i dialetti utilizzando le regole grafiche più diffuse nel mondo occitano (…) cominciando così un lento processo unitario » al fine di « rendere possibile l’utilizzo della lingua negli atti pubblici » [6].
Ora questa scelta non è la sola possibile : si può sviluppare un uso pubblico di una lingua senza uniformarla (cf. gl iesempi corso e provenzale). Tale normalizzazione e questi usi amministrativi non sono probabilmente quell iauspicati dalle popolazioni locali e soprattutto i locutori di questi « dialetti », i ngenerale legati a un uso della loro varietà locale autentica a fianco ( enon al posto di) di una lingua veicolare di stato. Ma ci si guarda bene dall’interrogarli con un’inchiesta linguistica seria : si pensa per loro e si impongono loro le rivendicazioni dei militanti più estremisti e più lontani dalle lingue e dalle culture popolari autentiche ( strategia classica giùà osservata altrove, per es. In Francia).
Ecco dunque ciò che porta per es. Questa normalizzazione grafica E linguistica (si sarà notato il legame forte tra le due cose nella citazione sopra riportata), a propostio dei due proverbi (p. 51) :
Forme locali in grafia spontanea :
1) L i camé es vioù dessé, c es dl ot càir mô
2) Ël ris ou nài din l àiguë e ou murí din l vin
Forme normalizzate :
1) Al es enca’ mielh èsser viu d’aicí qu’èsser de l’autre caire mòrt
2) Lo ris al nais dins l’aiga e al muer dins lo vin
Ecco cosa si insegna agli allievi invece della loro lingua spontanea ( dato che molti la parlano ancora, certo non nella zona dove è sorto Espaci Occitan) che si pretende così di difendere e promuovere. Anche su questo punto, d’altronde, gli autori sono molto male informati, dato che sostengono (p. 87) che la grafia mistraliana « è ancora usata da chi sostiene il Felibrige », cosa totalmente falsa : i membri del felibrige sono liberi nelle loro scelte grafiche, la maggior parte di quelli originari del sud ovest francese usano la grafia occitana ; la grafia mistraliana è utilizzata dalla grande maggioranza dei provenzali, soprattutto per i documenti ufficiali, anche e soprattutto da coloro – ormai la maggioranza [7]- che sono in disaccordo con un Felibrige associato agli occitanisti !
Come riferimenti attuali non si citano se non fonti occitaniste e ci si fa pubblicità (p. 56-64, 89-90, 116, 143), causando così un impasse pilotato e intellettualmente disonesto in gran parte della vita culturale d’oc, anche nelle vallate piemontesi.
E’ là che noi ci aspettiamo il peggio. Perchè fra le personalità rappresentate come esempi agli allievi, si trova al primo posto « François Fontan, nascita di una coscienza » (p. 89).
Fondatore dell’occitanismo nelle vallate italaine, ringraziato per questo da Robert Lafont[8]
F. Fontan non è altri che il teorico dell’etnismo, teoria nazionalista applicata all’occitania e fortemente intrisa di idee totalitarie, sia marxiste che di estrema destra.
Parigino di origini guasconi, nato nel 1929, soggiornò a Nizza da dove dovette scappare per faccende poco chiare. Andò a rifugiarsi in un piccolo villaggio italiano, Frassino, situato in Val Varaita, una delle cosidette valli d’oc. Egl ifondò a Nizza nel 1959 il Partito Nazionalista Occitano (sempre attivo anche oggi ma dop oaver rinunciato all’etnismo) e il Movimento Autonomista Occitano a Frassino nel 1968.
Gli autori del manuale lo presentano come « il creatore del nazionalismo occitano moderno ». Essi aggiungono che egli fu « il teorico di una politica progressista e ricercata che si richiamava all’umanesimo scienetifico ». Essi dimenticano di segnalare gl iapsetti chiaramente xenofobi e totalitari delle sue teorie, così come le si ritrova leggendo i suoi manifesti.
Così, nel suo Orientamento politico del nazonalismo occitano[9], si apprezzerà la sua scelta « umanista » per l’occitania (se possibile diventata indipendente) :
« tutta l’immigrazione dovrà per lunghi anni essere proibita nel nostro paese ; per gli indigenigià emigrati, chiunque essi siano ( francesi, ebrei, bretoni, etc, italiani, catalani, spagnoli, arabi, etc, la scelta sarà offerta tra tre soluzioni :rientrare nel loro paese d’origine, restare come stranieri con tutto ciò che implica lo stato di straniero, diventare cittadino occitano a condizione di adottare la lingua e il sentimeno nazionale occitani ».
François Fontan, come oggi ancora altri occitanisti anche nella regione alpina[10] ritengono che « l’etnia occitana » è caratterizzata, oltre che dalla sua lingua, da un elemento « razziale » di tipo genetico « il sangue O è più frequente che in Francia » [11].
La rivista occitanista piemontese Ousitanìo Vivo pubblica nel suo n. 264 del 25 febbraio 2002 un lungo articolo che spiega che, dal punto di vista sanguigno, la popolazione delle vallate condivide una specificità con « le popolazioni pirenaiche francesi » cosa che permette di affermare « una specie di sangue occitano e di continuità genetica dalle vallate cuneesi fin oall’Oceano Atlantico ».
Gli autori del nostro manuale sembrano di fatto aderire alla definizione « etnista » di Fontan : « Secondo il princip oetnista un popolo si caratterizza soprattutto per la lingua … » (p. 41). Si trova ance a pò 88 un’illustrazione dell’artista nizzardo Ben Vautier, discepolo di fontan e ardente difensore dell’etnismo (cf. il suo sito internet), che aggiunge sulla carta dell’occitania la parola « Vincerem ! » (« Vinceremo ! »). Si è visto prima la grande riunione per il lancio promozionale dell’occitano nelle vallate piemontesi è stata fatta sotto gli auspici di Fontan.
Inoltre, se essi indicano come bandiera dell’occitania la croce di Tolosa accompagnata da una stella a sette punte, è perchè questa stella e questa bandiera sono state così proposte da Fontan stesso « negli anni Settanta » (p. 9).
Poichè l’ultimo punto inquietante, sul quale bisogna assolutamente attirare l’attenzione, è che questo libro distilla, parallelamente all’ideologia occitanista etnista, un nazionalismo indipendentista.
La suddetta carta di Ben Vautier illustra per esempio un articolo che afferma che la rivolta dei vignerons linguadociani del 1907 costituisce, secondo uno dei suoi leaders, « il germe di un piccolo stato inseno al grande stato francese ». Si è visto prima come si evoca l’idea di un « desiderio d’indipendenza degli occitani » e della loro « resistenza » contro gl istati oppressori e colonizzatori (la Francia e l’Italia).
Si apprende anche incidentalmente a p. 129 che « il 50% dell’energia idroelettrica francese si produce in terrirotio occitano ». L’occitania sarebbe quindi autosufficiente … Perchè si ritrovano qua, evidentemente , le idee di Fontan, che considerava l’occitania come un paese colonizzato ( la sua targa commemorativa a Frassino lo presenta d’altronde come « il difensore dei popoli appressi e colonizzati »). Ecco dinuovo cosa scriveva Fontan, fra gli esempi riportati dal manuale :
« La nostra posizione è in realtà quella di un nazionalism oradicale ; noi stimiamo che la formazione di uno stato occitano indipendente, sovrano e unificatoè una necessità fondamentale per l’etnia occitana (…) noi siamo dunque separatisti per quanto riguarda lo stato francese (…) L’occitano deve ben inteso ridiventare la sola lingua ufficiale, la sola lingua corrente, e la solalingua dell’insegnamento, il francese dovrà retrocedere e sarà studiato come le altre lingue straniere » [12].
Per arrivare a questo, egli preconizza « a livello politico, fino all’indipendenza, l’utilizzo preferenziale dei mezzi democratici, e , se questi ci saranno negati, di tutti gli altri mezzi (…) dopo l’indipendenza, democrazia completa per ch iaccetterà le nostre tre basi fondamentali (…) repressione di tutte le altre tendenze politiche »[13].
Quanto alle « sacche che si riveleranno irreducibilmente francophone e francofile, esse devono essere private del potere (sotto tutte le forme) e represse per quanto sarà necessario»[14].
Si può certamente sostituire Francia e francese con « Italia, italiano ».
Ci si può infine domandare se la diffusione gratuita di questo manuale, se ben presentata, presso dei bambini, con un contenuto così scioccante per una regione di un ostato membroi dell’Unione Europea democratica e moderna, con i pericoli così chiari in termini di indottrinamento degli allievi, non sia in qualche modo la realizzazione di un votodell ostesso Fontan :
« Quaòi che siano i mezzi empiegati, è bene evidente che l’elemento decisivo è quello della presa di coscienza nazionale (…) Bisognerà prevedere un lungo periodo di bilinguismo occitano-francese (o occitano-italiano) nel corso del quale dovrà essere realizzata progressivamente un’opera immensa prima di edizione e di formazione d’isegnanti, poi di insegnamento obbligatorio e di uso amministrativo obbligatorio. Questo aspetto di coercizione legale non è concepibile se non accompagnato da una vasta propaganda e da diverse forme di interessamento materiale in favore della lingua… »[15].
Qualunque siano l’ingenua buona fede, l’ignoranza, la distrazione e/o la manipolazione coscienteche hanno permesso la realizzazione di quest’opera scandalosa e della sua diffusione gratuita presso le scuole primarie, non si può restare senza reagire : bisogna denunciarlo e ottenere il suo ritiro dalle scuole piemontesi e per tre ragioni principali :
- Esso contiene numerosi e gravi errori che rivelano la poca competenza e serietà degli autori ;
- Esso impone una visione militante, molto pilotata e discutibile delle lingue delle vallate piemontesi di cui tratta e dell’insieme del sud della Francia ;
- Esso diffonde e contribuisce a diffondere in modo insidioso dei riferimenti ideologici e delle idee politiche estremiste e inammissibili ;
Altrimenti, sul piano didattico, questo libro non è – per fortuna – nemmeno un manuale, perchè esso non fa altro che riportare delle informazioni, senza alcun dispositivo pedagogico (obiettivo, attività d’apprendimento e di valutazione, etc), senza tener conto di alcuna conquista recente di domini oscientifico e di ricerca applicata alla didattica delle discipline.
Altre risorse in questo senso sono d’altronde disponibili : ho segnalato altre associazioni ( che son oattive attualmente per fermare l’avanzamento dell’ideologia occitanista[16]), il lavoro di qualità che realizzano, come per es. l’eccellente Manuale per l’insegnamento della lingua provenzale nella scuola elementare di Clara Arneodo edito dalCoumboscuro Cèntre Prouvençal nel 1998 e che utilizza le parlate autentiche delle diverse vallate.
Philippe Blanchet
[1] Primi risultati presentati al momento del colloquio Les langues minoritaires de l’arc alpin, Gap, 12 et 13/07/2002, Acte s.
[2] Presentata a p. 89 del libro come « una sezione dipartimentale dell’Institut d’Etudes Occitanes ».
[3] La forme locale autentica del toponimo è Drounié. Io dò qua ilnome ufficiale in italiano.
[4] A causa del suo viaggio nella Cévennes !
[5] Cf. Comunicato di espàci occitan pubblicato nei suoi Quaderni della Régione Piemonte, n° 36, maggio 2001, p. 3.
[6] Fonte : idem.
[7] Si tratta non soltanto di membri del Felibrige, ma anche della maggior parte delle associazioni culturali provenzali, come quelle raggruppate in seno all’Unioun Prouvençalo, o al Collectif provençal.
[8] Fonte : idem.
[9] Libreria occitana, Bagnols (Gard), non datato, p. 34-35.
[10] Vedi André Faure, Noms de lieux et de familles des Hautes-Alpes, Gap, Institut d’Etudes Occitanes des Hautes-Alpes et des Alpes de Haute Provence, 1998.
[11] F. Fontan, La nation occitane, ses frontières et ses régions, Bagnols/Cèze, Librairie occitane, 1969, p. 4.
[12] F. Fontan, Orientation politique du nationalisme occitan, op. cit., p. 6-7.
[13] Idem, p. 43.
[14] Idem, p. 35.
[15] Idem, p. 18 et 35.
[16] Cf. per esempio per dei dibattiti pubblici recenti il giornale L’Eco del Chisone del 23/05/2002, 30/05/2002 e 06/06/2002, e le pubblicazioni delle associazioni La Valaddo o Coumboscuro Cèntre Prouvençal.
Nel settembre del 2007 l'amministrazione comunale di Peveragno, in combutta con una comunità montana ormai, grazie a Dio, cancellata dalla faccia della terra, compie un atto scandaloso, illegittimo e vergognoso.
In un esubero di ignoranza storica e culturale viene celebrata in pompa magna la cd "occitanità" del territorio di Peveragno suggellata dall'esposizione, abusiva ed illegittima, sull'edificio comunale, di un simbolo di un partito politico straniero, il partit nacionalista occitan o partit de la nacion occitana.
L'opposizione in consiglio comunale si limita a dichiarare, "se non costa nulla al comune, va anche bene!", e questo dà l'idea di quale sia la coscienza culturale, storica e linguistica degli abitanti di Peveragno.
E l'opposizione cade dalle nuvole, perchè il comune ha sponsorizzato per l'occasione un pamphlet di diverse pagine a colori, che illustra l'"occitanità" di Peveragno con dovizia dilagante di elementi di propaganda nazionalista occitana, simboli, cartine, riferimenti diretti ai contenuti della propaganda del partit de la nazione occitana: affermando addirittura che Peveragno fa parte di una nazione no nmeglio identificata chiamata "grande occitania". Pamphlet che è sicuramente costato parecchi soldi, pubblici.
Ma qui si evidenzia un altro problema: un amministrazione comunale, ente territoriale appartenente per definizione alla nazione e stato italiani, si dichiara impunemente facente parte di un altra nazione, tale "grande occitania". Facendo chiaramente riferimento alla propaganda nazionalista di un partito straniero che lamenta l'oppressione colonialista di Francia, Italia e Spagna, auspicando l'indipendenza, la separazione e l'autodeterminazione dei territori che rivendica come "occitani"
Quindi un comune dello stato italiano che fomenta e rappresenta in prima persona un sentimento separatista, destabilizzatore, indipendentista, facendo passare di fatto la tesi che se Peveragno appartiene alla nazione "occitana", non appartiene a quella Italiana, ma anzi ne auspica tacitamente la separazione e l'indipendenza, tacitamente rivendicando di essere vittima di dell'oppresione della Repubblica Italiana.
Un mix di follia e delirio politico che vede come protagonista un Comune della Repubblica Italiana.
Ma il signor Prefetto lo sa??? e se lo sa cosa sta facendo???
Complimenti!!!
L'esposizione della cd "bandiera occitana" sul municipio di Peveragno è un atto scandaloso e inopportuno che denatura completamente un territorio, stravolgendone, manipolandone, la storia a beneficio di 4 o 5 esaltati figuri che non sanno neppure che Peveragno è sempre stato un comune piemontese e italiano di lingua piemontese e italiana, tant'è che diede i natali a Vittorio Bersezio, poeta e scrittore piemontese.
Inoltre. a quanto pare si ignora che nella scandalosa vicenda generale dei comuni aderenti alla zona di lingua d'oc in base alla Legge n. 482 del 1999, aderenti ma non aventi diritto, l'IRES PIEMONTE in un'inchiesta del 2007 sulle lingue del Piemonte annovera il comune di Peveragno proprio fra quei comuni aderenti alla zona di lingua d'oc ma non aventene diritto.
Bella figuraccia signori esperti occitanisti peveragnesi.
Vergogna!!!!
Se questi sono gli amministratori dei nostri comuni e della nostra montagna siamo ben messi.
La Consulta Provenzale è venuta a conoscenza che il 15 settembre 2007 si è tenuta, presso il Municipio di Peveragno, una cerimonia durante la quale sarà esposta sulla Casa Comunale la così detta “bandiera occitana”.
A questo proposito, intendiamo avvertire gli Amministratori e gli abitanti del Comune di Peveragno, in merito ai rischi che si corrono sostenendo ed approvando la proposta di legge che consentirebbe di esporre sui municipi le bandiere delle comunità di appartenenza:
1) la c.d. “bandiera occitana” ( si tratta di una croce greca ritrinciata e pomettata di color oro in campo rosso, impropriamente chiamata “croce catara” o ”croce occitana”; storicamente attestata come “croce di Tolosa”, simbolo della Casata dei Conti di Tolosa, altrimenti detta Croce di Pisa, in quanto simbolo dell’antica Repubblica Marinara), è attualmente il simbolo adottato dalla regione amministrativa francese “Midi–Pyrénées”, con capitale Tolosa ( Sotto il logo della regione Midi-Pyrénées)
5) la c.d. “bandiera occitana” (una croce greca ritrinciata e pomettata di color oro in campo rosso con in alto a destra una stella a sette punte) è simbolo di un partito politico, il “Partit ischierebbe Occitan“, http://www.p-n-o.org/entrada.php, (in Italia MAO – Movimento Autonomista Occitano), fondato da François Fontan (teorico dell’etnismo e del “nazionalismo occitanista”) a Nizza nel 1959, con statuto depositato presso la Prefettura di Nimes, e che come tale non rappresentava alcuna comunità ma un gruppo politico (Le figure seguenti rappresentano la bandiera di tale partito politico e sono tratte dal sito www.paratge.it e www.chambradoc.it )
3) che la cosiddetta “bandiera occitana” non è e non è mai stata un simbolo autentico e storicamente accertato del territorio delle Alpi Sud Occidentali confinante con la Regione Provenza
4) esporre agli edifici pubblici delle vallate alpine piemontesi altre bandiere o simboli oltre a quelli già presenti, così come previsto dalle leggi vigenti non è necessario e rappresenta una violazione dell’imparzialità dell’istituzione comunale;
5) la Prefettura di Cuneo a nostra formale richiesta in merito ha risposto con lettera del 13 febbraio 2006 ( Prot. N . 3230/223Gab.) confermando che sui Municipi “non possono essere esposte bandiere straniere […] e neppure simboli privati ( es: simboli di partito, simboli di associazioni, e organismi vari).”
INOLTRE
6) Ogni comune possiede la propria storia e tradizione, il proprio orgoglio e la propria dignità da difendere. In particolar modo il proprio vessillo, che da secoli custodisce sulle facciate dei municipi, sui gagliardetti, sugli stendardi, approvato nello Statuto comunale, in cui si riconosce pienamente.
7) le comunità locali piemontesi si riconoscono, per evidenti ragioni storiche che richiamano la comune appartenenza al Ducato Sabaudo, poi Regno di Sardegna e Regno d’Italia, nella bandiera della Regione Piemonte, anche detto “Drapò”, che richiama nell’intenzione stessa dell’Ente Regionale i colori dello stemma sabaudo nel Tricolore Italiano; ricordiamo anche che ogni Comune ha un proprio gonfalone e stemma, approvato con lo Statuto stesso in cui si riconosce pienamente;
5) I Comuni piemontesi firmatari della proposta di legge in questione non rappresentano che una parte appena indicativa dei Comuni della Regione. Invitiamo pertanto la Regione Piemonte a considerare il reale peso della richiesta, ridimensionando la portata politica e sociale di una proposta di legge che non è affatto espressione di una volontà popolare diffusa.
In nessuno dei Comuni proponenti è stato accertato, tramite strumenti di democrazia diretta quali il referendum, quale sia la volontà popolare in merito a tale proposta di legge, né quale sia il grado di riconoscimento delle popolazioni nei simboli proposti;
la Consulta Provenzale
CHIEDE
ai Sindaci ed alla Regione Piemonte ed alle Istituzione di ogni ordine e grado di non appoggiare la proposta di legge in questione che rischierebbe di autorizzare l’esposizione sugli edifici pubblici dei municipi piemontesi, della bandiera di una regione amministrativa francese o, peggio, il simbolo di un partito nazionalista!
Inoltre, chiediamo alle Istituzioni e agli Enti Locali, agli Eletti nei rispettivi Consigli Regionali, Provinciali e Comunali e alle popolazioni locali di valutare la questione e di aprire un dibattito pubblico in merito.
Consulta Provenzale
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Il patrimonio musicale è parte integrante di una civiltà. Nello specifico il patrimonio musicale popolare europeo è di grande valore storico nel continente. Sua caratteristica principale è costituita dalla straordinaria ricchezza e varietà espressiva e stilistica.
Il patrimonio popolare nei secoli si è trasmesso oralmente ed ha subito innumerevoli trasformazioni. Lo studio e l'interesse verso il repertorio popolare, si verifica solamente da metà del secolo XIX°, grazie a ricercatori che raccolgono i canti e le musiche direttamente "sul campo": (in Francia: Thiersot, Chantemerle... in Italia: Nigra, Sinigaglia, Giannini, Pergoli, Rugarli...). A cavallo tra '800 e '900, su ispirazione neoromantica, si formano gruppi che si dedicano al folklore: riproduzione in chiave più o meno rigorosa dei vari patrimoni regionali di costume, musica e danza. Nascono i primi musei etnografici. Nel frattempo le due guerre mondiali e l'industrializzazione portano ad un rapido mutamento delle comunità rurali, smembrandole e provocando un fortissimo disorientamento sociale, soppiantando la civiltà ed i patrimoni tradizionali contadini con nuovi modelli culturali di consumo di massa. L'interesse per il patrimonio foklorico regionale, in Europa, ha nuova linfa dopo il 1968. Nelle grandi città (Parigi e Londra, Berlino ne rappresentano il fulcro), nell'ambiente sessantottino, si assiste alla nascita del movimento "folk" o "revival folk" (1), che tende alla riproposta della musica popolare (un interesse generico che mischia repertori e stili di ogni provenienza), quale elemento di denuncia e contestazione sociale e anticonsumistica. Il "folk" diventa fenomeno di tendenza che crea interesse, festival, luoghi di raduno, "folk club"... Sovente nomi di formazioni "folk" si leggono in manifestazioni e cortei a sfondo politico. L'industria discografica fiuta l'affare e produce artisti che propongono il "folk-rock" , genere misto di più facile ascolto e meno appesantito da rivendicazioni ideologiche (il disco "À l'Olympia" del bretone Alan Stivell, supera il milione di copie nel .....). Costola del fenomeno "folk" è il "bal-folk": miscela di danze rinascimentali, tradizionali, popolari di ogni provenienza. Viene insegnato da improvvisati "esperti" in stages a pagamento e poi diffuso in serate pubbliche. (2). Il fenomeno "folk" si affievolisce sino agli anni 1990, quando ideologie e "muri" cadono e le comunità regionali tendono a riprendersi e a ridare vigore alle loro specifiche caratteristiche culturali. Da quel momento si assiste ad una riproposta del patrimonio musicale popolare su una più attenta ricerca e ripresa di modelli e repertori autentici (già negli anni precedenti studiosi e ricercatori universitari hanno inaugurato una proficua stagione di ricerca scientifica sui territori nazionali. In Italia: Roberto Leydi, De Martino, Vigliermo... Francia: Galbru, Guilcher, Gasnault, Canteloube...). Nel frattempo l'industria discografica (finita la stagione del grande rock), priva di idee innovative, mette mano ad importanti operazioni commerciali di contaminazione artistica, proponendo lo stile "New Age", in cui si incontrano musiche acustiche, suoni naturali ed elettronica con diverse intromissioni nella musica classica (grande sacerdotessa l'irlandese Enya): il genere accomuna il pianeta, ma non stigmatizza una moda durevole. Nel frattempo ecco la "world music" o "musique du monde" capace di mettere in valore gli artisti (l'operazione più nota è quella avviata da Peter Gabriel con la sua casa discografica Real World) che propongono artisti creativi e di qualità, ispirati alla cultura e alle caratteristiche musicali della propria terra d'origine. Il fenomeno è in piena evoluzione. Nel frattempo il testimone del "revival-folk" , lo rileva il "neufolk" o la "musique traditionelle" abbreviato in "trad".
In questa fase il "contestatario" genere "folk", cede anche ad una interna, che con gradualità costante diffonde in Europa un repertorio "pan-folk" trasversale da Siviglia a Varsavia, che influenza addirittura la stessa strumentazione utilizzata: uno standar che si basa su organetto, ghironda, plettri, chitarre, cornamuse e flauti + percussioni varie.
(1) Le mouvement folk naît au lendemain de mai 1968... Mouvement plus que milieu, le folk est composite. Ses aspiration aussi. Son répertoire également: il inclut le blue grass, le country, la musique cajun. Les chansons québécoises et le reels irlandais. La vielle à roue et les cuillères. W. Guthrie et À la claire fontaine. La bourrée et la polka. Yves Guilcher, "La danse traditionelle en France", Famdt éditions 2001. (2) Comme le revival des années trente, le folk transmet la danse par enseignement: ateliers, puis week-ends et stages longs. Son originalité, c'est d'avoir inventé le bal folk. On y danse ce qu'on sait ou croit savoir des répertoires traditionnels (bourrée, rondeaux, rondes bretonnes, maraîchines), mais aussi des danses populaires non-traditionelles (valses, polkas, mazurkas, scottishes) voir des danses anciennes (branles de la Renaissance), ou étrangères (cercle circassien, galopede, cochinchine). Yves Guilcher, "La danse traditionelle en France", Famdt éditions 2001.
L'ultima trovata degli occitanisti è "L'Occitania a piedi - dalle Valli Occitane in Piemonte alla Val d'Aran in Catalunya", Ines Cavalcanti e Dario Anghilante, coppia di ferro dell'occitanismo mondiale, si lanciano in un'iniziativa volta, secondo loro, a fare della "lingua occitana" un patrimonio mondiale dell'UNESCO.Il progetto viene lanciato il 15 novembre 2007 con un appello pubblicato sul ssito della Chambra d'oc. Tutto ci saremmo aspettati meno che questa ennesima fantasia, ora infatti l'UNESCO dovrebbe dare lo status di patrimonio mondiale a una lingua artificiale, sconosciuta persino ai suoi ipotetici locutori, che infatti non sanno nemmeno di esserlo, e con la lingua, vista la valenza culturale più ampia rappresentata da questo tipo di riconoscimento sperano di infilarci anche l'"occitania", la loro grande inesistente nazione estesa dalle Alpi all'Oceano Atlantique, un mostro geografico senza precedenti, altro che patrimonio dell'umanità.
Quindi lemme lemme questi signori, in tutto sette persone, le cui identità vi invitiamo a scrutare e indagare sul sito www.chambradoc.it, camminerebbero tentando di far riconoscere dall'UNESCO un progetto nazionalista e politico. Infatti, l'iniziativa prevede la diffusione di locandine e manifesti riportanti tale e quale la "grande nazione occitana" di Francesco Fontan, il primo visionario nazionalista occitanista. Infatti, entrano nel pacchetto "occitania a pè" tutta una serie di concetti politico culturali che fanno parte del nazionalismo occitano: territorialità dell'"occitania", simboli quali croci varie e stelline a sette a punte , bandiera del PNO di Fontan, le solite implicite rivendicazioni politico territoriali anti-colonialiste rivolte a Francia, Italia e Spagna, e tutto il bagaglio occitanista che ben conosciamo. artiranno da Vinadio in Valle Stura il 31 agosto 2008 e con una marcia di due mesi, se ce la faranno, arriveranno fino a i Pirenei ripercorrendo il Sud della Francia convinti di attraversare la loro tanto cara immaginaria e mai esistita "occitania": la cosa curiosa è che la camminata non coinvolge o per scelta degli organizzatori o per scelta dei valligiani nessuno degli abitanti delle valli, il ché la dice lunga su quanto sia sentita e vissuta tale esperienza dalla gente che sul territorio vive e lavora tutti i giorni.
Si tratta quindi della solita iniziativa unilaterale occitanista che si caratterizza per i suo i lati di marketing politico culturale piuttosto che per i contenuti e per un eventuale ricaduta benefica sul territorio stesso. Come iniziativa è in ogni caso del tutto unilaterale e mai concertata sul territorio con altre associazioni bensì decisa a tavolino dalla Chambra d'oc, ma d'altronde gli occitanisti hanno una lunga tradizione di scelte unilaterali fatte in nome di tutti gli altri e che loro candidamente avanzano presentandole come "il bene" del popolo "occitano". Il progetto ha per ora raccolto scarse adesioni, circa una settantina dal novembre scorso, sintomo del poco interesse suscitato nel pubblico. Siamo curiosi di venire a conoscenza dei costi di questo progetto che prevede la stampa di locandine, manifesti, cartine di grande formato, stampini e un libretto esplicativo ovviamente il tutto pagato con soldi pubblici. Quindi, viste le caratteristiche del progetto a noi non resta che dissociarci e boicottarlo, ricordando, viste le premesse sopra ricordate, che se l'UNESCO accoglierà questo appello della Chambra d'oc in pratica riconoscerà la teoria nazionalista occitanista e l'inesistente "grande nazione occitana" che diventerà di fatto patrimonio mondiale dell'umanità.
Ci auguriamo vivamente che questo non avvenga. Un amico l'altro giorno ci ricordava che l'espressione "a pè" in piemontese significa "alla frutta, a piedi", insomma "mal messi", beh, ci auguriamo davvero che l' "occitania a pè" sia davvero indicativo e di malaugurio per l'occitanismo e per l'"occitania". Verrebbe da dirvi che siete proprio rimasti a piedi ... Fermo restando che l'idea di farsi una bella gita nel Midi francese, dobbiamo ammettere sia davvero allettante e che proviamo anche un po' di invidia verso questi baldi occitanisti così volenterosi, che si faranno una gran bella vacanza.
Un po' meno apprezziamo il fatto che tale vacanza sarà pagata dalle casse regionali, ma beati loro che possono permetterselo ... "buon" cammino signori! Sperando che almeno un po' di ... pioggia ... ve la prendiate....
Consulta Provenzale
Il termine "occitano" viene creato dalla burocrazia francese, in seguito all'annessione al Regno di Francia della Contea di Tolosa e dei territori limitrofi per indicare la regione Languedoc. Venne coniata nel 1298 l'espressione latina "patria linguae occitanae" basandosi sulla parola latina "Aquitania", nome della regione atlantica di origine romana . "occitanus" e ricavato, tratto da "aquitanus". Infatti, in un testo del 1331 rinvenuto a Lione compare l'espressione "lingua hoquotina", da pronunciarsi preferibilmente "oquitana".In entrambi i casi esso si riferisce esclusivamente al territorio dell'attuale Languedoc.
Questo neologismo isolato ricompare casualmente nel 1309, sempre in un contesto basso-latino della Cancelleria di Parigi, "lingue occitane": lingua di notai, in tardo latino, mai in francese. Ricompare, altrettanto casualmente e con la medesima valenza di sotto-gergo notarile, nel 1600, sempre ad uso della cancelleria parigina.
In ogni caso, questo termine fu espressione d'impiego assolutamente sporadico e con stretto e rigoroso riferimento soltanto alla regione "Languedoc", con centro-capitale Tolosa, con la quale la città di Parigi e le sue cancellerie ebbero sempre varie controversie di potere e di controllo da regolare. In particolare il termine veniva usato per designare la bassa Languedoc, senza alcun riferimento all'insieme delle terre del Meridione di Francia, composto da diverse entità politiche territoriali come la Contea di Provenza sotto il dominio angioino, il Comtat Venaissin ceduto al papato nel 1274, il Delfinato principati sotto la tutela catalano-aragonese che alla data dell'annessione della Languedoc da parte della corona francese erano da essa indipendenti.
Il termine "occitano" è dunque confezione parigina dotta, riservata e sporadica con scoperto significato di disprezzo.
A livello popolare il termine fu costantemente ignorato al sud come al nord, e non entrò mai a far parte del linguaggio della gente.
Infatti, l'editto di Villers ... Cottêrets nel 1539, stabilisce, all'articolo 1111, che si doveva redarre gli atti pubblici in Francese e non più in latino.
Il latino perde quindi il suo ruolo di lingua ufficiale del Regno di Francia, e con lui sparisce l'espressione "lingua occitana".
Il termine in questione non trova quindi traduzione in francese e ricompare quando si torna a volte a far uso della lingua latina.
Ecco alcuni casi di citazioni da testi latini:
nel 1641 compare "lingua occitanica" 4, nel 1650 "occitania", entrambi sempre riferiti alla bassa Linguadoca, e in seguito si trovano "occitanicus" 4, "occitanus" usati da Du Cange nel 1678.2
il vescovo di Beziers Sant Afrodisio, nel redigere i suoi "Acta sanctorum" nel XVII secolo scrisse: "Occitaniâ seu Lengadociâ inferiore ..." ( trad.: " occitania ossia Linguadoca inferiore"), espressione con la quale si riferiva alla bassa Languedoc inferiore. 3
nel 1634 abbiamo poi l'espressione "CONVENTUS OCCITANIAE", riportata sui gettoni d'argento coniati in occasione dell'assemblea annuale degli Stati di Languedoc. Espressione che viene poi abbreviata in "COMIT. OCCIT." e poi ancora "COM. OCCIT." che stanno per "COMITIA OCCITANIAE", ma sempre in latino.
Dopo tali fugaci e casuali comparse, il termine "occitano" appare, altrettanto sporadicamente, in un paio di titoli di scrittori senza risonanza nel primissimo ottocento.
Ma fu con l'Ottocento, che rilesse la storia del Midi francese e la deformò, che ritroviamo il termine "occitano":
nei testi di Fabre d'Olivet, "Les Troubadours, poesies occitaniques"4,nel 1802 si trovano, in francese, i termini "occitanique, oscitanique"; "occitanien", "occitanie" usato da Amiral de Rochegude nel 1819 nel suo "Le Parnasse occitanien"; e "L'occitanienne" di Chateaubriand
Nel caso di Fabre D'Olivet si è scoperto che il suo scritto è un falso storico-letterario, poiché propone come cose d'epoca medioevale le poesie di mano dello stesso D'Olivet: un nuovo caso Ossian machpersoniano, ma assai meno geniale: comunque rispondente alla moda romantica del tempo.
Poi il termine "occitano" non compare più, fino alla fine del XIX secolo quando venne creata la Lega occitana in un clima di opposizione alla visione Mistraliana dei Felibrige: allora Perbosc nel 1898 evocherà la "patrio oucitano".
Uno degli ispiratori dell'idea occitanista saranno Montauban e il suo amico Estieu, che si riallacceranno all'ipotesi dell'esistenza di una lingua madre unica durante il Medioevo, che essi cercarono di ricreare: scriveva " Cal fargar la lenga occitana de nostre temps" ( " Bisogna forgiare la lingua occitana del nostro tempo"), usando per primo il termine "occitano" per indicare tutto il Meridione di Francia..
Fu il Majourau Jousè Anglade il primo a impiegare tale termine per designare la lingua nel 1921, nella "Grammaire de l'ancien provençau".
Alibert, il maggior teorico della nuova lingua"pan-occitana" inventata, lo utilizzerà come aggettivo, fino a dargli, dagli anni cinquanta in avanti, il significato che oggi ha.
Dal 1959 il termine "occitano" fa parte del nome di una formazione politica, il Partit Nacionalista Occitan5, fondato a Nizza dal guascone François Fontan. Da quel momento questo termine assume un significato politico e ideologico usato per indicare tutto ciò che appartiene alla "grande nazione occitana".
"Occitano" diventa quindi il termine di riferimento di una sparuta e isolata fazione politica e questo è il significato con cui viene attualmente usato sia in Francia meridionale ma soprattutto in Italia.
Considerato l'insuccesso popolare, dagli anni 80 ai giorni nostri tale movimento politico ha modificato la sua strategia ideologica mascherandola sotto una veste di azione culturale.
E' da notare la completa assenza di questa parola dalla lingua parlata dalla gente e la sua mancanza di popolarità, sia in Francia che in Italia dove viene attualmente usato senza conoscerne le origini, la storia, e soprattutto il significato nazionalistico ideologico di cui si è pesantemente imbevuto.
Note:
La lenta e continua affermazione del "folk-revival" (3) in Europa, sia durante gli anni 1970 che dagli anni 1990 in poi, influenza i "movimenti occitani". Infatti le organizzazioni politiche "occitane" (logorate da un insuccesso continuo), lasciano cadere in gran parte il la lotta politica frontale ed il corporativismo e tendono a diffondere il proprio credo ideologico mascherato da associazionismo oppure utilizzando il fenomeno originato negli anni dal "folk-revival": elemento di facile approccio e di apparente, innocuo disincanto verso il pubblico generico. Alcuni esponenti provano la via del cantautorato, e si fondano espressamente case discografiche (zona di Tolosa)"occitane", che non hanno fortuna. Sono invece gruppi di musica da ballo, che, inserendosi, prima nel fenomeno "folk" e poi nella vague dell'arcipelago "trad" e pure "world" (formula più generica), hanno più chances.
Questi gruppi incuriosiscono il pubblico per la strumentazione e il repertorio un po' inusuale ed "esotico" proponendo momenti di svago e occasioni di divertimento. In più adoperano al repertorio più godibile del "bal-folk" degli anni 1970, in cui vengono eseguite melodie accattivanti unite a movimenti di danza: ciò comporta una notevole attrazione del pubblico generico, poiché la formula "bel motivetto + movimento" è da sempre felice somma di successo nel mondo delle navigate "major", le case discografiche che durante l'estate propongono i tormentoni (il "Ballo del qua qua" o la "Lambada" ne sono esempio mondiale). Gli "occitani" coniano così la "musica occitana".
In Francia, originariamente, questa dizione viene usata da formazioni gravitanti su Tolosa (4).
In Italia, si assiste il fenomeno ha un percorso travagliato: per i sostenitori della "occitania", la riscossa della cultura "occitana" passa attraverso l'individuazione (con quali criteri?) e conseguente rivendicazione del "patrimonio culturale" che da l'imprinting ed è segno unico ed inconfondibile della "grande occitania". Il concetto, dal lato culturale e dunque anche musicale, non regge poichè (secondo gli ideologi) il territorio contemplato dalla "nazione occitana", va dalle Alpi ai Pirenei. Su tale estensione (pari alle regioni comprese tra le Alpi e la Calabria: un universo culturale dove si trovano decine di differenti culture, lingue, civiltà...) non si è sviluppata una civiltà omogenea, bensì sono storicamente impiantate culture regionali assai differenti tra di loro per storia, modi di vivere e quindi differenti tradizioni e repertori musicali.
La "musica occitana", viene dunque proposta come un "pan-genere" globalizzante, che abbraccia indifferentemente e senza andare troppo per il sottile, repertori di ogni landa del Sud Francia, un po' di Spagna e alcune zone del Piemonte. A questo va aggiunto che i repertori spaziano dall'età medievale (trovatori) sino al rock and roll.
Questa concezione porta i gruppi "occitani" ad eseguire un repertorio "put-purry", che non si basa affatto su ricerche sul campo e appropriati studi etnomusicologici. In Italia (Piemonte) i gruppi "occitani", nella quasi totalità "da ballo", tralasciano l'originale repertorio popolare di danza (escluso qualche melodia di gradevole e facile esecuzione come le "courente") e del tutto il repertorio corale, vero corpus della memoria musicale collettiva delle valli alpine, da essi definite "zone occitane".
Questo dato, assai viziato, viene subito "all'orecchio" anche di un profano poco smaliziato, e risulta di facile spiegazione. Infatti l'ideologia "occitana" non può ammettere che:
- l'intero repertorio tradizionale cantato dalla popolazione locale delle valli alpine piemontesi sia parte integrante della tradizione dell'area padana, che sviluppa da sempre una polivocalità tipica e di grande tradizione (5). Fatto non secondario, poi, è che, (sorte del destino !) questo repertorio è cantato in lingua piemontese, italiana e francese (valli valdesi), le lingue che gli "occitani" definiscono "colonizzatrici"
- il repertorio tradizionale strumentale delle valli sud occidentali del Piemonte, sia composto da un corpus di danze e tradizioni rientranti, anch'essi, nei caratteri stilistici popolari peculiari al territorio dell'Italia settentrionale(5). Inoltre sovente questo patrimonio di danze è ricco di coreografie che si basano su schemi complessi, di non facile apprendimento e diffusione. Esse, infatti, richiedono passi obbligati che non danno modo a evoluzioni singole e tanto meno a movimenti interpretativi ed improvvisati, oggi dettati, per esempio, dalla "dance" e la danza contemporanea. Dunque poco adatti alle masse.
Note
(3) Le revivalisme - ou revival - c'est la récupération des danses traditionnelles par d'autres catégories sociales que celles qui les ont élaborées. Ce nouveau public de la danse traditionnelle - bourgeois, citadins, mais aussi agriculteurs de la société industrielle - a comme caractéristique essentielle de rassembler des gens qui ont le choix entre faire de la danse traditionnelle ou danser autre chose. La danse traditionnelle nest pour eux qu'une discipline de loisir qu'ils ont choisie parmi d'autres qu'ils auraient pu choisir à la place (jazz, rock, danses de salon, claquettes, ballet classique ou moderne, flamenco etc.). Yves Guilcher, "La danse traditionelle en France", Famdt éditions 2001.
(4) Appelé au départ "velhada", puis "festejada", bal "occitan", "bal gascon", puis "bal folk" le bal n'est d'abort qu'une animation mise en place à l'issue de leur spectacle par les Ballets occitans, à partir de 1966... La création du Conservatoire occitan (Toulouse) en 1971 donne au mouvement une impulsion nouvelle.
Yves Guilcher, "La danse traditionelle en France", Famdt éditions 2001.
(5) Il tipo di esecuzione nella struttura polivocale oggi dominante nelle regioni settentrionali italiane, si organizza per intervalli di terza, lungo la linea proposta dalla voce principale "il primo", che intona a solo ogni inizio di strofa. Il repertorio polivocale comprende sia ballate che canti lirici che canti funzionali. Casi di utilizzo di intervalli di quarta e di quinta, testimoni di forse un livello più antico. Roberto Leydi, "I canti popolari italiani" Oscar Mondadori, Milano, 1995.
Frederì Mistral dice no all’occitania
Del Majourau Roumiè Venturo
Nel numero 82 della rivista « Li nouvello de Prouvenço » abbiamo già dimostrato come sia stupido dire che Mistral fosse pan-occitano, come ha osato affermare qualcuno … Grazie alla benevolenza del signor Glaude Julian, possiamo darvi un altro esempio inconfutabile di cosa pensasse a questo proposito Mistral.
E’ la testimonianza di Mario Gasquet di Saint-Remy, alla quale Mistral impartì quasi delle lezioni di cultura provenzale, quando questa era giovane, probabilmente perché voleva preparare la giovane ragazza al suo ruolo futuro di Regina dei Felibrige … Mario Gasquet raccontò tutto ciò nella sua raccolta di ricordi dei felibrige pubblicati nel 1941 col titolo “Gai savoir”.
Che fortuna avere un bel nome!
Quindi troviamo in questo libro la citazione nella quale è Mistral che parla a Mario Gasquet:
“…Poi, oh! Poi, la Provenza, semplicemente perché essa ha un bel nome! Un nome che continua a sedurre. Che parola dolce e ben fatta per designare una terra speciale! Sia che tu lo pronunci in latino: Provincia; in francese: Provence; in provenzale: Prouvenço, è comunque carezzevole e sonoro. Avere un bel nome, che fortuna! (…) Quale spinta verso la gloria! La parola “Provenza” è una di quelle parole fortunate. Nota che i conti di Tolosa non si fecero mai chiamare “conti di Languedoc”: l’espressione “conti di Provenza” aveva tutto un altro stile! Dire: “Io sono provenzale” suona meglio di “io sono linguadociano” (…) Ci sono parole di lusso delle quali ci si innamora quasi. “Provenza” è stato ancora uno di questi ultimamente. Provenza significa sole, azzurro, buon umore. Un perigordino, un catalano, un alterno sorridono gentilmente quando li si chiama provenzali. Certi se dicenti sapienti stanno per mettere le cose in ordine.
Per dare a Cesare ciò che è di Cesare, hanno tirato fuori con un incantesimo la parola “occitania”, e la hanno presentata su un piatto d’oro a Montpellier. Certo ,tutto ciò non nuoce a nessuno – seppure!
… Io constato soltanto che la parola “occitania” non ha alcun riferimento storico reale, per la semplice ragione che essa non è mai stata ricollegata ad una nozione di “patria”, e che in fatto di tradizione alla quale ci si possa appellare, tale termine non lo si trova se non in una forma alquanto rozza in qualche atto notarile – e ancora, avremo cura di non scordarlo! In un’avventura sentimentale dell’insaziabile Chateaubriand. Salvo qualche topo di biblioteca ,la gente del Meridione di Francia ignora placidamente la pretenziosa “occitania”. Azzardati a rivolgerti a una persona di Montpellier o a una di Tolosa dicendogli: “Lei è occitano” e loro ti risponderanno “Occitano? … E che cos’è?” Grazie a Dio, la gente per bene, ha memorizzato, nel loro sangue e nel loro midollo, che quando il Midi lottava per la sua causa, non era affatto il grido “occitania” a risuonare sulle mura di Tolosa. No, il Midi gridava a piena voce: “Avignone! Tolosa! Provenza” …”
Dal momento che la stella …
Non so se i Perigordini, i Linguadosìciani e i Catalani furono sempre così contenti di essere trattati da “Provenzali” da Mistral! … E’ comunque vero che oggi la parola ”occitano” è volentieri accettata dalla gente di Tolosa e di Montpellier … essendo in realtà quasi sinonimo di “linguadociano”. Ma il documento che abbiamo appena citato ci dimostra che il poeta di “Mireio” non amava molto la parola “occitano”. Come dicemmo già la volta scorsa, Mistral era in realtà pan provenzalista. Se ne trova allo stesso modo la prova nella corrispondenza del Maestro al suo amico Leoun de Berluc-Perussis, come ad esempio nella citazione sottostante, tratta da una lettera di Mistral stesso del 31 Marzo del 1901:
“ Dal momento che la stella si è manifestata in Provenza e che è grazie all’azione provenzalista che la nostra Rinascita è venuta a galla; dal momento che, malgrado la gloria di Jaussemin, il valore di Faures e tanti altri originari della Languedoc, del Lemousin e dell’Aquitania, i letterati e studiosi … si adoperano e si compiacciono di chiamare i ”provenzale” tutta la lingua parlata nel Midi, e a occuparsi solamente di poeti provenzali, deve proprio esserci nel nome “Provenza” un misterioso prestigio che saremmo sciocchi a lasciare che vada perduto. E tale prestigio è antico ,se vogliamo guardare la storia passata: perché nel Medioevo, a dispetto del fatto che la Provenza non ha poi prodotto che un piccolo numero di trovatori, … la lingua del Midi è chiamata “provenzale” e tutto ciò che è meridionale evidentemente è “provenzale” …”
Essendo egli stesso provenzale, Mistral avrebbe voluto che tutto il mezzogiorno fosse come lui, e ancora di più, tanto che disse a Mario Gaquet “che la Provenza si estende fino a Belfort”; mescolando qui l’antico reame di Arles alla linguistica! … Da qualche parte Mistral disse che la Provenza “era l’alfa e l’omega” della rinascita della cultura d’oc, e nella sua canzone La respelido, affermò che è “la madre Provenza” che le aveva “dato inizio”, mettendola alla testa dei paesi d’oc. Non sarebbe rimasto sorpreso il maestro di Maiano, se delle ragazze di Tolosa o di Aurillac avessero indossato il “riban” di Arles! .. E nel libretto dell’opera Mireio, si dice gioiosamente “ la folle e gaia farandoulo” , si balla dalle Alpi alla Guascogna!” … Si può in questo caso quasi parlare di imperialismo provenzale, anche se Mistral rispettava tuttavia la diversità dei paesi d’oc, impiegando la definizione “ i popoli del Midi “, al plurale – cosa che dimostra bene come egli non concepisse un unico popolo meridionale!
Come tentammo di dimostrarvi la volta scorsa, Mistral era per l’unica lingua d’oc, in quanto per lui questa lingua era soprattutto il solo provenzale rodaniano, con la sua grafia. E di fronte a questo “pan-provenzalismo”, per diritto d’autore , che i Catalani, dopo il debutto della rinascita mistraliana, preferirono conservare la propria indipendenza, cosa ben comprensibile. E anche se rimasero nel Felibrige, i Linguadociani oltre a molte popolazioni dell’altra sponda del Rodano adottarono presto il termine “occitani” per scrollarsi di dosso quello di “provenzali”. Era un loro diritto.
Ma perché adesso, volete imporci una causa che non ci interessa, dato che la Provenza è un’entità storica antica oltre che umana autosufficiente. Nel 1955, volendo evocare lo spirito dei Felibrige, già attaccato dalla questione “occitana”, Carle Rostang fece notare la cosa che troviamo nella nota 203 della corrispondenza mistraliana con Berluc:
“... sembra che si avvicini il tempo in cui si s’imporrà la scelta fra la scissione brutale – che sarà spiacevole sotto ogni punto di vista – o il riconoscimento a ogni regione di una completa autonomia linguistica, amministrativa e finanziaria. Una semplice federazione morale assicurerà la libertà di ognuno e ogni causa di conflitto sarà ormai evitata. In una parola, Charbonnier sarà maestro presso di se …”
Lascerò che i lettori tirino le loro conclusioni dalle citazioni che gli ho offerto, dalla frase di Rostaing, e la triste situazione che conosciamo oggi, negli affari provenzali …Come dico sovente, la storia giudicherà le ragioni degli uni e degli altri, al di là delle dispute e delle questioni personali. Quelle dei fedeli sostenitori dello spirito mistraliano. Sulla strada di chi ci ha preceduto, ma seguendo un’evoluzione normale delle cose in rapporto ai tempi in cui siamo. E poi le ragioni di quelli che, aggrappati ai dogmi del passato, sono per un abbandono. Senza troppo confessarlo, tuttavia, essi stessi ne sono coscienti, sapendo che tutto questo ci potrebbe poi portare, volenti o nolenti, alla ”occitanizzazione” della Provenza …
Roumié Venturo
Riferimenti bibliografici Marie Gasquet.Gai Savoir. Paris. Flammarion 1941, pp. 173 à 175.
Tradotto da un testo pubblicato sul sito de « Li buletins de Nouvello de Prouvenço”, www.nouvello.com
Commento
Roumiè Venturo, complice la corrispondenza di Mario Gasquet, toglie ogni dubbio al lettore su quale fosse il rapporto di Mistral con l’idea di “occitania” e su cosa il poeta pensasse a riguardo.
Interessante la tesi che Mistral in realtà, ben lungi da essere occitanista o pan-occitanista , fosse pan provenzalista, ossia intendesse per Provenza tutto il Midi di Francia così come si faceva nel Medioevo in cui, dice Mistral, i conti di Tolosa amavano definirsi “conti di Provenza”. La visione pan provenzalista di Mistral va considerata come il risultato della rilettura della storia medievale, che si accompagnò all’ondata romantico patriottica di metà Ottocento, quindi ben lungi da essere una visione oggettiva della storia del Midi di Francia.
Di fronte al pan-provenzalismo mistraliano i Linguadociani si staccarono dall’indirizzo mistraliano e , per conservare la propria indipendenza culturale, si autodefinirono “occitani”.
Come mai, dice Venturo, ora che sono gli occitanisti a proporre una visione pan-occitana della storia e della cultura dei paesi d’oc, i Provenzali, i Guasconi, gli Alverni, i Nizzardi e i Provenzali italiani, sono biasimati per aver scelto una via di valorizzazione della loro identità culturale e linguistica, opponendosi allo sforzo unificante occitanista, che parte questa volta da Tolosa?
Ma Mistral aveva già preavvertito che il XX secolo avrebbe visto l’acuirsi delle spinte regionaliste volte a valorizzare i patrimoni culturali delle singole regioni, addirittura parlando di autonomia amministrativa.
Al di là di un pan-provenzalismo ormai demodé e di un panoccitanesimo assurdo che fatica a farsi strada,
soprattutto nelle nostre valli, la Consulta Provenzale sostiene che sia giunta l’ora di affermare il diritto di ognuno a parlare, scrivere e vivere come la propria tradizione locale gli suggerisce, nel rispetto delle varianti linguistiche e culturali di tutti.
L'avventura di "occitan lenga olimpica" inizia il 18 Ottobre del 2001 quando Giacomo Lombardi, attuale sindaco di Ostana in Valle Po e presidente dell'associazione Chambra d'oc, nata dalle ceneri del poco fortunato MAO (Movimento Autonomista Occitano) di Fontan, invia ai sindaci delle Province di Cuneo e Torino, ai Presidenti delle due Province, Presidente della Regione Piemonte e alla direzione del TOROC, una lettera per sollecitare l'appoggio di tutte le istituzioni al progetto, esortandole affinché se ne facciano promotori.
Ma cos'è "occitano lingua e cultura olimpica"?
L'iniziativa consiste nel presentare la "lingua occitana" come lingua delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, sul modello di "Catalan Lenga Olimpica" di Barcellona '92: in realtà il catalano gode di un riconoscimento come una delle lingua ufficiali parlate nello Stato Spagnolo, e che quindi rientra nel caso previsto dal regolamento CIO, che prescrive che le lingue ufficiali delle olimpiadi siano la lingua ( o lingue) ufficiale del paese ospitante, oltre all' inglese e al francese.
Ovviamente si tratterebbe di un'iniziativa formale, è infatti chiaro che gli occitanisti cercano di proporre un patrocinio istituzionale al progetto in questione, al fine di ottenere una vetrina pubblicitaria che gli frutti un riconoscimento e una visibilità internazionali.
Le associazioni occitaniste Espaci Occitan e Chambra d'oc sostengono la proposta e iniziano a esercitare pressioni sulla Regione Piemonte per dare vita al progetto, trovando ascolto presso il loro paladino, l'Assessore alla montagna della Regione Piemonte Roberto Vaglio che da tempo ormai li sostiene vigorosamente.
La Consulta da parte sua chiede chiarimenti al TOROC, che in una lettera, firmata dall'allora Presidente Valentino Castellani, ed indirizzata per conoscenza all'Assessore alla Montagna Roberto Vaglio, risponde : " Sulla proposta di utilizzare il Provenzale,, ma lo stesso discorso vale anche per Occitano e Piemontese, come lingua "ufficiale " abbiamo il dovere d segnalare che la cosa non è praticabile alla luce delle regole CIO che stabiliscono che le lingue ufficiali dei giochi olimpici sono l'inglese, il francese e la lingua ( o lingue) ufficiale del paese ospitante; questo spiega perché nel caso di Barcellona fu possibile utilizzare accanto allo spagnolo anche il catalano"
Intanto, il 06 dicembre 2002 la Regione Piemonte da vita a un tavolo di lavoro sul tema "occitan lingua olimpica", su proposta di Espaci Occitan e Chambra d'oc, per la promozione delle vallate alpine piemontesi e della loro cultura e turismo durante le manifestazioni olimpiche. La Consulta Provenzale viene di fatto esclusa dai lavori ormai chiaramente impostati sull'accettazione e promozione della proposta occitanista.
I Provenzali lamentano la gravissima situazione presso i Presidenti delle Province di Cuneo e Torino e della Regione Piemonte.
Sull'iniziativa "occitan lenga olimpica" veglia un generale silenzio, la popolazione piemontese ignora del tutto la cosa, ma le associazioni occitaniste italiane e francesi continuano a lanciare appelli on line e sulla stampa locale: il 05 e 06 Marzo del 2004 a Torino e Bardonecchia, la Chambra d'oc organizza una manifestazione, definita "evento internazionale", chiamata "Occitan langue et culture olympiques" o "Occitano lingua e cultura olimpica". L'associazione del brianzonese italiano La Valaddo, capeggiata dal suo presidente Alex Berton, Emile Gauthier dell'Unioun Prouvençalo e Tulio Telmon tentano di far saltare i programmi occitanisti proponendo una conferenza per valorizzare le realtà culturali locali durante le Olimpiadi invernali.
Sabato 28 febbraio 2004 le associazioni dei paesi d'oc, Cercle Terre d'Auvergne, Institut Béarnais et Gascon e Conservatoire du Patrimoine de Gascogne, Unioun Prouvençalo e le associazioni nizzarde, riunitesi ad Avignon, in un documento comune esprimono il loro dissenso alla proposta occitanista.
Esse si dichiarano contrari all'ipotesi dell' "occitano come "lingua olimpica", sostenuta dalla Chambra d'oc, in quanto tale idioma sarebbe del tutto artificiale e inventato e sottolineando che non è mai esistita un'unica lingua d'oc. Pongono l'accento sul fatto che siano state ignorate le associazioni del Brianzonese italiano dove le gare invernali si terranno, e accusano i promotori dell' iniziativa di aver usato i nomi delle suddette associazioni senza il loro consenso nei volantini pubblicitari redatti per l'occasione. Tale presa di posizione è indirizzata al Signor Primo Ministro Francese, al Ministro della Cultura e della Comunicazione, al Ministro degli Affari Esteri e al Ministro dell'Interno della Repubblica Francese ed inoltre e ai Deputati e ai Senatori della Regione Provence-Alpes- Côte d'Azur, al Presidente del Consiglio Regionale e al Presidente del Consiglio Generale de Hautes-Alpes.
L'Unioun Prouvençalo, intanto, passa alle vie legali nei confronti della Chambra d'oc, per aver usato senza il suo consenso il nome dell'associazione sui volantini e manifesti di "Occitan lenga olimpica".
Nell'autunno del 2004 arriva la notizia della bocciatura ufficiale, o forse semplicemente di un mancato sostegno da parte della Regione Piemonte all'iniziativa occitanista. È un giornale provenzale, "Prouvenço d'Aro", a parlarne: l'Ass. alla montagna avrebbe dichiarato che dare sostegno all'iniziativa occitanista, comporterebbe dover dare spazio anche alle altre minoranze del Piemonte, compresi i Provenzali.
Sporadiche iniziative occitaniste si registrano ancora a sostegno di "occitan lenga olimpica", l'ultima risale all'ottobre del 2004 quando Fabrice Bernissan professore di Lescurryed ex presidente dell'IEO, Istitut de Estudi Occitan, e Michel Dantin di Montaner nel Bearn partono in bicicletta alla volta di Torino. La loro scampagnata è un iniziativa privata che non gode di sostegno popolare alcuno ma che viene accompagnata da una serie di comunicati stampa e di richieste ufficiali alla Regione Piemonte, ovviamente il tutto è architettato dalla Chambra d'oc e da un'associazione occitanista di Tarba, "Nosauts de Bigorra" di cui Fabrice Bernissan è presidente.
Prima del loro arrivo in Piemonte l'Unioun Prouvençalo fa sentire la sua voce in proposito inviando ai giornali italiani un documento col quale smentisce la partecipazione delle associazioni provenzali al sostegno di "occitan lenga olimpica".
Nella primavera del 2005, gli occitani, capitanati da Lombardo , sindaco di Ostana in Valle Po, continuano a promuovere "occitano lingua olimpica", presentando le loro istanze a Pescante, prima in un incontro a Saluzzo, poi con un documento ufficiale presentato dalla Comunità Montana Valle Po.
In ogni caso, l'iniziativa occitanista rimane un'idea di pochi e sparuti gruppi associativi "occitani", che non rappresentano affatto il territorio delle regioni d'oc nel loro insieme, ma solo una piccola parte di esso: infatti la loro proposta è ben lungi dal riscuotere un appoggio popolare da parte degli abitanti del Midi della Francia e delle vallate alpine del Piemonte sud occidentale, che in essa non si riconoscono affatto, e non se ne preoccupano minimamente, così come non si riconoscono affatto in una presunta e appartenenza ad una inesistente nazione occitana.
L'occitania, storicamente non è mai esistita. Così pure, di conseguenza, la lingua detta "occitana".
Il pensiero nazionalistico "occitano", nasce nell'Ottocento in Languedoc nella Francia Meridionale, individuando una "occitania, estesa dall'oceano atlantico sino alle valli alpine del sud-Piemonte italiano, e cercando di reinterpetare a proprio vantaggio la realtà culturale e storica di questi territori. In realtà tale interpretazione risulta essere un enorme equivoco che altro non è che lo stravolgimento dell'originale patrimonio storico, culturale e linguistico di questa vasta area dell'Europa meridionale.
Si tratta, dunque, di un "falso storico e culturale" clamoroso, una rilettura strumentalizzata, a servizio di una ideologia nazionalista ispirata alla teoria diffusa da François Fontan, che associa ad ogni lingua una nazione. Attualmente tutto ciò sta prendendo le dimensioni di un allucinante genocidio culturale che avrà le seguenti conseguenze:
In sintesi: "occitania" un'ideologia politica che intende imporre una nazione, una bandiera, una "lingua normalizzata", mascherata da un'azione di " rivendicazione culturale", spacciata quale "paladina per la salvaguardia delle lingue e culture minoritarie".
L'Europa moderna non tende alla formazione di alcun nuovo stato. Anzi, la politica del Parlamento Europeo tende a valorizzare le culture Regionali. A tale scopo è necessario un lavoro coordinato dei responsabili degli Enti Istituzionali presenti sui territori della Regione Provenza e della Regione Piemonte, per far finalmente affiorare l'originale cultura storico ... linguistica della civiltà alpina tra Piemonte e Provenza. Tale lavoro sarà sostenuto ulteriormente dall'inserimento da parte dello Stato Italiano, nella lista delle lingue storiche, anche il provenzale alpino.
Alla grande cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali TORINO 2006 è stata ampiamente rappresentata la civiltà alpina del Piemonte sud occidentale, in poche parole si può dire che TORINO 2006 parla "a nosto modo".
Infatti, Stefania Belmondo originaria della valle Stura è stata designata, per i suoi meriti sportivi, quale ultima tedofora delle Olimpiadi Invernali. A lei è toccato accendere il braciere olimpico la cui luce accompagnerà tutto lo svolgersi delle gare olimpiche. Stefy è nata a Pietraporzio, o Peiropuorc, in valle Stura e, come ha sempre affermato, parla da sempre la lingua dei padri, ossia la parlata "a nosto modo", una delle molte varianti locali praticate nelle valli alpine cuneesi e torinesi, considerata dagli studiosi una variante di provenzale alpino.
Grazie Stefy per averci rappresentati con onore e grande dignità nella tua veste di ultima tedofora olimpica.
Ma è nelle prime battute della cerimonia che appaiono gli sgargianti costumi delle valli alpine piemontesi, ballerini, uomini e donne, indossano i costumi tipici degli Spadonari della val Chisone. Splendida festa di colori che rappresenta al meglio la grande vitalità di una civiltà definita ormai come "minoranza" , ma che afferma con orgoglio e dignità la sua sopravvivenza nella grande cornice olimpica dei valori di rispetto e valorizzazione di tutte le diversità di tutti i popoli e tutte le culture del mondo.
Da notare sempre nei primi momenti della cerimonia che il coro ha intonato una strofa di "Se chanto", antico canto tradizionale provenzale, omaggio a una canzone splendida, espressione della cultura e della civiltà provenzale alla quale la lingua e la civiltà alpina delle vallate cuneesi e torinesi è legata da strettissima parentela. Infatti, "a nosto modo" è un insieme di varianti di una delle lingue d'oc parlate nel meridione di Francia, il Provenzale appunto. Questo canto si spoglia così con grande dignità e in un attimo solo di tutte le etichette attribuitegli da chi ha cercato negli ultimi anni di strumentalizzare a fini politici e ideologici la sua melodia e le sue parole.
Dunque, le Olimpiadi Invernali si aprono come un grande sipario sul mondo dei popoli e delle nazioni, un mondo che auspica pace, fratellanza e tolleranza delle diversità culturali, anche per le più piccole e povere civiltà alpine come la civiltà " A NOSTO MODO" ... la civiltà alpina delle vallate di Cuneo e Torino.
Un grazie sentito e sincero va al CIO e al TOROC e agli Enti locali che hanno concesso questo immenso riconoscimento alle popolazioni delle Alpi piemontesi.
All'insaputa di tutti, compresi i nostri politici locali, apprendisti stregoni, benché inconsapevoli, di nazionalismi improbabili, stanno avvenendo in Francia fatti gravissimi che non possono che suscitare indignazione e vergogna ma , perché no anche un po' di ilarità.
Il 24 marzo 2007 a Beziers, ridente cittadina della regione Languedoc Roussillon meglio rinominata Septimanie, nel sud della Francia, un gruppo di "disperati" e invasati occitanisti ha dato vita al primo governo provvisorio occitano della prima repubblica federale dei paesi d'oc.
Una vera follia!!!!
Sono anni che andiamo ripetendo a tutti che il fine degli occitanisti è politico ed ideologico e non solo culturale e linguistico, e voilà, come volevasi dimostrare stanno poco a poco scoprendo le loro carte. Prima in Italia con una propaganda nazionalista feroce e impietosa sfociata nella proposta di legge regionale che permetterebbe di esporre la loro bandiera sui Municipi piemontesi e ora da oltralpe giunge la pazzesca notizia della proclamazione di un "governo provvisorio occitano".
E' ormai chiaro che stanno puntando in alto e i toni della "questione occitana" si stanno alzando.
I documenti, inviti, presentazioni, diffusi su internet sono ispirati ai più genuini contenuti dell'ideologia occitana e riversano nella testa dei lettori una marea di informazioni non corrispondenti al vero: l'"occitania" è una grande nazione estesa dalle Alpi piemontesi all'Atlantico su almeno 190 000 kmq, con una popolazione di 14 milioni di abitanti ed è la più grande nazione europea. Tutte informazioni derivate dai testi di François Fontan, che lui già si immaginava di buzzo suo e ad libitum suum dalla sua stanzetta, senza preoccuparsi minimamente di produrne alcun riscontro reale e materiale, informazioni che i suoi seguaci sostenitori del governo provvisorio occitano correggono, altrettanto ad libitum, per eccesso.
Curiosamente i piccoli, poveri, oppressi "occitanisti" cercano di gloriarsi di appartenere alla nazione "più grande d'Europa", il topolino bastonato e oppresso in realtà sogna solo di diventare grande e cattivo come chi, secondo lui, l'avrebbe oppresso, .. interessante procedimento psicologico che contraddice lo status di minoranza etnica.
Le valli italiane coinvolte diventano improvvisamente 13 da 14 che qualcuno altro sostiene che siano ... che confusione!!!
I creatori di questa recita internazionale si appellano al diritto all'"autodeterminazione dei popoli" e si dichiara che un "equipe " sta lavorando a questo progetto per il bene comune e per la rinascita di una nazione, che non si capisce come possa rinascere se non è mai esistita. Una vera ed esagerata ecatombe di bagliori di propaganda politica!
Vengono così grossolanamente scomodati sacro santi principi per giustificare una nazione inesistente. Ma intanto nessuno di questi signori si è preoccupato di sapere che cosa ne pensano tutti gli abitanti del territorio fra la pianura piemontese e l'oceano Atlantico; afferman oche incontreranno le popolazioni per confrontarsi su questi temi ma nessun oli ha mai visti ed è qui che casca l'asino: dopo una frizzante immersione in una cascata trionfante di affermazioni diei diritti dell'uomo , degli "occitani" e dell'autodeterminazione dei popoli si ignora il passaggio principale attraverso cui si dovrebbe concretizzare l'autodeterminazione di un popolo ossia la sua presa di coscienza, conoscenza e analisi, di un progetto del genere.
Questo fa di tutti grandi propositi social nazionl ideologico politici degli"occitanisti" una marea indescrivibile e inaccettabile di "fregnacce" indicibili.
Nessuno qua conosce queste cose, nessuno è al corrente della nascita di un "governo provvisorio occitanista" ma soprattutto a nessuno gliene frega niente di tutto questo e quindi, di conseguenza, nessuno si sente affatto rappresentato da queste stravaganti e improbabili esperienze di fantapolitica internazionale.
Vedi: http://gpo.identitat-d-oc.net/
La Chambra d'oc per mezzo di un suo portavoce torna a ribadire le più che discutibili ragioni di sostegno all'iniziativa "occitan lenga olimpica". Ci pare superfluo soffermarsi su di esse che sono ormai ben note a chi come noi si oppone alla deriva culturale, o meglio allo stravolgimento culturale e linguistico proposto dagli occitanisti.
La Dichiarazione contro "occitan lenga olimpica" redatta dalla Consulta Provenzale in accordo con le associazioni delle regioni di lingue d'oc dimostra che in realtà il sostegno procuratosi dalla Chambra d'oc non è così diffuso e determinante e soprattutto è carente proprio là dove gli occitanisti dicono di aver un sostegno popolare di massa. Si pensi che nella loro propaganda politica si parla chiaramente di 12 milioni di persone che loro definirebbero "occitani" e che quindi sosterrebbero secondo loro la causa della "nazione occitana". Ma in realtà questa coscienza nazionalista di massa dov'è se proprio nel meridione di Francia si trova un accanito movimento di opposizione all'occitanesimo? Come mai proprio coloro che voi definite "occitani" dicono di non esserlo e vi contrastano? Forse c'è qualcosa che non va, carissima Chambra d'oc.
Non vediamo poi cosa centrino i valori olimpici con le valli occitane e con l'"occitano", per giustificare l'"occitania" hanno pure il coraggio di scomodare i valori olimpici, la pace, la libertà addirittura la femminilità in un estremo tentativo di "tutto fa brodo", anche strumentalizzare invano valori sacrosanti, così, tanto per fare audience e coinvolgere i lettori.
Ci pare che il tentativo di costruire una grande "nazione occitana" inesistente non abbia nulla a che vedere con i valori olimpici. Anzi ...
Inoltre, i riferimenti fatti a quello che loro chiamano "inno occitano" e la sua interpretazione esposta dalla Chambra d'oc ci sembrano affatto personali e poco corrette. Ma ad ognuno la libertà di leggere le cose come meglio crede.
Cosa diversa è pretendere che le proprie opinioni personali diventino le opinioni di tutti.
Non riteniamo corretta l'interpretazione che considera le vallate alpine come "valli occitane" e rifiutiamo e neghiamo assolutamente di condividere la rappresentanza del territorio, delle sue lingue e culture quali "occitane" in sede delle Olimpiadi TORINO 2006, da chiunque tutto ciò venga presentato. Voi pretendete di rappresentare la gente delle valli quando tale mandato di rappresentanza non vi è stato affidato da nessuno, anche perché non avete avuto neanche l'educazione di chiedere alla gente cosa ne pensi. E non si può montare un apparato di rappresentanza, se dicente "popolare", di chiaro significato politico e ideologico come quello "occitano", senza interpellare coloro che si vorrebbe rappresentare.
Noi sulle lingue e culture delle vallate cuneesi e torinesi abbiamo, come ben si sa , le nostre opinioni e ce le teniamo, alla faccia di tutti i tentativi di somministrarci pane e "nazionalismo occitano" fatti da voi occitanisti.
E infine siamo per una volta d'accordo con voi sul fatto che ci sia qualcuno che cerchi di distruggere, solo che noi siamo convinti che siate voi a cercare di stravolgere la cultura provenzale alpina per i vostri interessi ideologici e politici, e questo è abbastanza per garantirvi per sempre la nostra cortese e distinta, quanto determinata opposizione.
E state pur sicuri che, come voi dite, il nostro "lavoro serio e coerente prima o poi darà i suoi frutti"